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Referendum sulla Giustizia, l’affondo di Giorgia Meloni: «I giudici ci impediscono di governare il Paese»

La premier Giorgia Meloni scende in campo per lo sprint finale in vista del referendum sulla giustizia. In un'intervista a Rete4 torna ad attaccare frontalmente i giudici e lancia un appello diretto ai cittadini: «votate sì, stavolta serve il vostro contributo se vogliamo modernizzare l'Italia». La presidente del Consiglio lega l'invito al voto a un…
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La premier Giorgia Meloni scende in campo per lo sprint finale in vista del referendum sulla giustizia.

In un’intervista a Rete4 torna ad attaccare frontalmente i giudici e lancia un appello diretto ai cittadini: «votate sì, stavolta serve il vostro contributo se vogliamo modernizzare l’Italia». La presidente del Consiglio lega l’invito al voto a un duro affondo nei confronti dell’attività della magistratura.

«Se noi non prendiamo questa occasione, – spiega – non ne avremo altre e temo che le decisioni alle quali assisteremo potrebbero essere ancora più surreali di quelle che abbiamo visto finora». La premier è «convinta che la riforma interviene anche su materie come sicurezza e immigrazione».

L’offensiva

E da qui parte l’offensiva. Cita «le devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino», dove «non c’è stato nessun seguito giudiziario». E sulla seconda materia, aggiunge: «non devo ricordare le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Meloni parla di «meccanismo inceppato» da «moltissimi casi» in cui giudici frenerebbero l’applicazione delle leggi volute dall’esecutivo.

L’ultimo, quello di «un altro immigrato stupratore di minore, un pedofilo», per il quale le toghe «non hanno convalidato il trattenimento in Albania». E poi il caso della famiglia nel bosco, per cui la premier parla di «letture ideologiche» da parte della magistratura. Infine, un passaggio sul caso Tortora e sui giudici che fanno carriera nonostante gli errori. «Qui si dice che bisogna votare no per dare un segnale al governo, però a me i cittadini possono tranquillamente cacciare fra un anno se vogliono perché io se sbaglio, pago», incalza. Rifiutando di legare il voto alle sorti dell’esecutivo. La premier in serata scioglie anche le riserve sulla sua presenza all’evento di FdI in programma il 12 marzo a Milano. E cambia marcia in direzione del 22 e 23 marzo. Proprio nel giorno di un’altra discesa in campo, quella di Marina Berlusconi. Che sceglie la «terra degli infedeli», come lei stessa definisce le pagine di Repubblica, per un intervento netto sul referendum.

La posizione

La primogenita del Cav scrive una lettera al quotidiano per una «riflessione pacata» sulle ragioni del suo sì. E per un appello bipartisan affinché il voto «si liberi dalle gabbie ideologiche in cui appare sempre più rinchiuso». Parole che i suoi più vicini leggono come un invito diretto a entrambi gli schieramenti impegnati da settimane in una campagna dai toni infuocati. Anche se la tensione non accenna a diminuire, la giustizia, per l’imprenditrice, «dovrebbe essere un patrimonio comune, non una logora bandiera identitaria da sventolare contro l’avversario politico». Da qui, l’esortazione ad abbandonare le «contrapposizioni polarizzate» e l’alert sul rischio «di votare più con la pancia che con la testa». L’imprenditrice precisa che le sue posizioni «non hanno nulla a che fare» né con il suo orientamento politico, né con il suo cognome. Dopo che FI aveva portato in piazza l’effige di Silvio Berlusconi per festeggiare l’ok definitivo alla riforma, puntualizza: «se dovesse vincere il sì, non si tratterà di una vittoria del governo o di FI, né di una vittoria postuma di mio padre, penso che sarà una grande vittoria degli italiani».

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