Aprile 2026. Le tensioni nel Golfo Persico non si distendono, i mercati energetici reagiscono a ogni sussulto diplomatico, e la dipendenza strutturale dell’Europa dallo Stretto di Hormuz è diventata un problema di sicurezza nazionale. Bisogna assolutamente liberarci dalla dipendenza dallo Stretto.
C’è chi dice: “torniamo al gas russo, altri Paesi europei non l’hanno ancora abbandonato!” È vero, ma dal 1° gennaio 2027 ci sarà in Europa un divieto generalizzato di acquisto del Gnl russo e non ci sarà credibilmente alcun dietrofront. Sostituire il gas russo è una scelta obbligata: continuare a finanziare Mosca significherebbe restare ostaggi di un regime responsabile della guerra in Ucraina, della destabilizzazione dell’intera Europa centro-orientale e di una costante guerra ibrida contro imprese e istituzioni occidentali, sempre più oggetto di attacchi cyber, furti di dati, infiltrazioni malevole. E dunque, come si può sia rinunciare al gas russo, sia renderci indipendenti da Hormuz? Giocando su ogni tavolo possibile.
Il Piano Mattei, con la sua scommessa sull’Africa subsahariana e il rafforzamento del corridoio algerino, va nella direzione giusta. Il potenziamento del Transmed (il gasdotto che dall’Algeria attraverso la Tunisia approda in Sicilia) è un passo concreto. Il TAP e l’asse azero vanno sfruttati in modo ancora più intenso, perché possono fare da hub anche per il gas del Golfo in cerca di vie alternative a Hormuz.
Questo è un tema spesso trascurato: l’obiettivo di eludere Hormuz lo condividiamo con gli stessi Paesi del Golfo. L’Arabia Saudita ha tutto l’interesse a non restare ostaggio dello Stretto. Ha già investito nella Petroline, il gasdotto est-ovest che collega i giacimenti del Golfo al Mar Rosso, dal quale le navi partono indisturbate per Suez e il Mediterraneo. Gli Emirati hanno fatto lo stesso con il terminale di Fujairah, per quanto di portata ridotta. Si apre uno scenario inedito: una convergenza di interessi tra Europa e paesi del Golfo nella costruzione di un sistema infrastrutturale — gasdotti, terminali, corridoi logistici — che consenta a tutti di aggirare Hormuz. Per le imprese italiane dell’ingegneria e delle costruzioni, abituate a operare in contesti complessi, è un’opportunità industriale di prima grandezza che la diplomazia economica del paese dovrebbe mettere al centro dell’agenda.
Sul fronte GNL, i contratti a lungo termine con americani e norvegesi sono necessari per la diversificazione, ma l’Italia deve liberarsi dalla sindrome del “No a tutto” e realizzare i rigassificatori. Rinnovabili e cavi sottomarini aiutano, perché il sole del Mezzogiorno e del Nordafrica — portato in Europa via cavo — è una risorsa di enorme valore e priva di rischi geopolitici. Ma le rinnovabili da sole non bastano: l’intermittenza non è compatibile con un sistema industriale complesso.
Qui l’Italia deve fare una scelta adulta: tornare al nucleare. I reattori di nuova generazione sono sicuri e modulari. Ovviamente, per chi riparte da zero, i tempi realistici sono di almeno dieci anni. Ma rinviare ancora significa garantire che tra vent’anni saremo ancora a discuterne e a soffrire per una guerra lontana o un regime minaccioso.
L’Europa, infine, deve smettere di negoziare da arcipelago di interessi nazionali. Il meccanismo AggregateEU ha dimostrato che il coordinamento è possibile; eppure la sua implementazione è parziale, frenata da egoismi nazionali che costano a tutti. Ora va reso strutturale, con mandati negoziali chiari e una cabina di regia che parli con una voce sola verso Qatar, Azerbaigian, Stati Uniti e Africa. Un’Europa divisa paga di più la bolletta energetica.
Dunque, tre orizzonti e una strategia. Breve termine: stoccaggi al massimo, contratti GNL a lungo termine con americani e norvegesi (ma anche aumentare la produzione nazionale di gas, sfruttando i giacimenti adriatici oggi sottoutilizzati per eccesso di cautela regolatoria). Medio termine: potenziamento del TAP, Transmed, rigassificatori, e partecipazione attiva alle infrastrutture anti-Hormuz del Golfo. Lungo termine: nucleare e rinnovabili nordafricane via cavo. Solo così Italia ed Europa smetteranno davvero di essere in scacco per colpa di Hormuz.
Piercamillo Falasca è analista senior dello Euro-Gulf Information Centre









