Magistrato, politico, scrittore. Emiliano ha deciso cosa vuole fare da grande?
«Questo lo vedremo. L’importante nella vita è fare tutto ciò che ti dà gioia, ciò che dà valore alle cose quotidiane che non vanno mai trascurate. Tutto ciò che dà valore al dono della vita che abbiamo ricevuto, compreso anche battersi per la propria terra che alle volte può significare fare la lotta alla mafia, lavorare in un’azienda, come mi è successo in quella di famiglia, fare il sindaco di una grande città che ha cambiato la sua storia, di una regione, che ormai viene considerata in un altro modo rispetto ad anni fa. Ora tutta questa tutta questa passione si è incanalata nella scrittura di un romanzo che credo contenga molte delle esperienze che ho fatto nella mia vita. Senza di quelle sarebbe stato impossibile scrivere un libro così complesso».
Già nelle prime pagine del romanzo lei scrive «Di commistioni fra potere esecutivo e potere giudiziario» e siamo nel 1911. Ma dica la verità, temeva che al referendum sulla giustizia vincesse il sì?
«No, no è che ovviamente l’ossessione dell’esecutivo, di chi governa è quella di comandare su tutto e su tutti. Per questo Montesquieu si inventò la separazione dei poteri. Perché chi comanda vuole farlo sulla stampa, sulla cultura, sulle università. È una spinta, direi quasi naturale, ma chiaramente la democrazia non è questa. La democrazia è basata sul sulla libertà di informazione e poi sulla divisione dei poteri e questa era molto lontana nel 1911 perché lo Statuto Albertino non divideva chiaramente poteri, c’era una prevalenza dell’esecutivo. I parlamenti, allora come oggi contano poco o comunque meno di quello che dovrebbero, perché i parlamenti sono i rappresentanti della sovranità popolare e ovviamente la magistratura è un po’ l’oggetto del desiderio di tutti i leader. Vorrebbero tanto che i magistrati fossero al servizio del progetto politico, e invece i magistrati devono applicare la legge e basta».
Sempre in quegli anni che precedevano la Grande guerra il Partito Socialista è spaccato fra interventisti e pacifisti. Lei scrive «La solita sinistra pronta a cambiare idea per un po’ di luce borghese che facesse loro luccicare le scarpe appena comprate». Emiliano a chi stava pensando a una parte dell’attuale centrosinistra?
«No, parlo del fatto che il centrosinistra manca di quella idea della società che lo deve distinguere in maniera chiara dal centrodestra, cioè dai conservatori, dai capitalisti. Nel senso che c’è chi nella vita pensa a se stesso e a fare soldi e chi invece sa che bisogna fare in modo che la società cresca tutta in modo omogeneo per avere pace sociale, basso livello di conflitto, poca criminalità, serve giustizia, serve eguaglianza. Ed è un conflitto sempre in movimento e la sinistra alle volte si smarrisce perché la pressione di chi ha soldi, di chi ha potere, di chi gestisce l’economia, alle volte piega l’unità della sinistra ed è il motivo per il quale la sinistra o è unita o non riesce a cambiare la società».
Allora meglio Sanchez di Schlein?
«No, dico che è meglio Schlein di Giolitti. Lei ha un progetto politico chiaro fondato sull’unità. Il centrosinistra oggi in Italia sta dalla parte dei più deboli e questa chiarezza di posizionamento, secondo me, è molto utile».
Maria, una delle protagoniste de «L’alba di San Nicola» nel 1911 non avrebbe potuto esercitare la professione di avvocato e lei fa una forzatura consapevole. Al di là di questo, Maria, Anna, Concetta, sono figure emblematiche in quanto mostrano una condizione femminile che all’epoca era fuori dall’ordinario. Oggi invece è molto diverso?
«No, sono ancora figure che devono combattere quelle come Anna, Maria e Concetta. Perché ancora oggi, passati più di 100 anni e nonostante ci siano le leggi che non impediscono l’accesso alle professioni, per le donne la fatica è doppia, la parità è ancora molto lontana, la nostra è ancora una società patriarcale che finisce per confinare le donne nei ruoli classici».
La legge è uguale per tutti in questo paese o come dice Maria nel 1911, questa è una bugia?
«È una bugia, lo sanno tutti. Le carceri sono piene di povera gente che alle volte sta in carcere perché non hai soldi per pagare un avvocato bravo che gli gestisca i propri casi e le carceri sono piene di povera gente e sono vuote di quelli invece che cadono sempre in piedi».
I politici?
«No, non direi tanto i politici, quanto in generale coloro che hanno relazioni, che hanno danaro, che hanno amici nei posti giusti, riescono a piegare il meccanismo della giustizia dalla parte loro. Questo credo che lo riconoscano anche i magistrati».
Lei scrive «La napoletanità sta alla baresità come il barocco sta al romanico». Lei ama visceralmente il romanico immagino.
«Sono pugliese, quindi amo il pragmatismo anche fin troppo asciutto dei pugliesi, dei baresi. Napoli è un’ispirazione per tutti in Italia ed è in particolare per tutti i meridionali. Napoli è quel luogo dove le sorti della battaglia per il Mezzogiorno sono particolarmente importanti. Se la Campania e la città di Napoli riescono a uscire dalla questione meridionale, vuol dire che siamo usciti tutti dalla questione meridionale».
Nonostante i passaggi negli scenari bellici del deserto libico, il leit motive del romanzo è comunque Bari e San Nicola. Una città e un santo che sono un po’ scrigno di segreti, di complotti internazionali e anche di grandi passioni. Conferma?
«Quella è la parte dove c’è maggiore immaginazione. Il libro al 95% corrisponde ad un’approfondita analisi storica. Quello del complotto è un espediente narrativo per raccontare le opportunità che questa città ha avuto nei negli ultimi 100 anni che ancora non ha colto del tutto. Deve moltissimo alla presenza della tomba di San Nicola, ma deve dimostrare di essere capace di trarne tutto il possibile. Se non ci fosse stata la crisi russo-ucraina avremmo potuto lavorare meglio. Poi i destini del grande gioco della politica hanno fatto sì che Bari perdesse di colpo, il giorno dell’invasione dell’Ucraina, tutte le opzioni che avevamo costruito negli anni di relazioni con la Federazione Russa e con l’Est europeo».
Tornando all’inizio, che lavoro farà nei prossimi giorni?
«Ovviamente non lo so, ciò che è sicuro e che non ho un minuto libero. Sto lavorando, sto studiando, sto scrivendo, sto approfondendo, sto dando consigli, ovviamente, al mio successore, sto in una situazione di spirito di grande serenità, ma anche di grande impegno, nel senso che io ci sono sempre, sono sempre a disposizione del mio paese, dell’Italia e della mia regione, su questo non c’è dubbio».










