Crescono i malumori fra la gente di Taranto, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti e quanti vorrebbero che i 750 milioni di euro di fondi europei servissero davvero ad una transizione globale, alla creazione di un tessuto economico e sociale nuovo. Insomma sono in tanti, a cominciare dai tarantini, che vorrebbero un futuro migliore, che segni una cesura con quanto vissuto sinora. Invece pare proprio che il governatore Decaro e l’assessore allo Sviluppo economico e al lavoro Di Sciascio vogliano destinare grandissima parte di quelle risorse all’industria manifatturiera.
In pratica più che una transizione, desiderano rendere «pulite» le fabbriche che ci sono a cominciare dalla ex Ilva, senza voltare veramente pagina. Decaro e Di Sciascio continuano diritti per la loro strada, senza ascoltare nessuno, avendo evidentemente un’idea della sostenibilità incentrata comunque sulla grande fabbrica, che pure dagli anni Sessanta ha dato lavoro a tanti, ma ha creato grandi problemi di inquinamento e di danni, spesso letali, alla salute dei cittadini, ne sanno qualcosa in particolare i cittadini del rione Tamburi. Eppure da quando sono partiti Pia e Minipia legati al Just Transition Fund (Jtf), da luglio scorso, sono stati in tanti a chiedere che di quei fondi ne potessero beneficiare anche investitori di settori che siano altro dalla grande fabbrica e che potrebbero davvero far voltare pagina a Taranto, basterebbe ampliare la platea consentendo che altri codici Ateco, quelli che classificano le attività commerciali, possano accedere agli avvisi. Ma finora nulla, a parte una riposta di Di Sciascio a un’interrogazione scritta del consigliere regionale Massimiliano Di Cuia.
Una risposta che fa capire che la strada intrapresa è quella di privilegiare il manifatturiero, ma senza una giustificazione precisa al diniego di ampliare la platea, se non un vago riferimento all’Agenda 2030, la quale però nei suoi 17 obiettivi non contempla quello di rimettere a posto il settore manifatturiero. A Taranto presto il malumore potrebbe trasformarsi in protesta aperta e c’è già chi parla di imminenti manifestazioni. Certo è che a far giungere la propria voce agli amministratori regionali non è stato soltanto il centrodestra, anzi quello che si sta delineando è un fronte trasversale senza distinzioni di partito. D’altronde non più di 3 settimane fa il consigliere regionale del Pd Cosimo Borraccino, era intervenuto sulla ventilata ipotesi di dirottare i fondi del Jtf su altre regioni o per altri accordi, ribadendo che si tratta di risorse che devono restare a Taranto.
Ma sulla questione è intervenuto anche il vicepresidente del consiglio regionale Renato Perrini (Fdi) che ha presentato un’interrogazione urgente per scongiurare il dirottamento di queste risorse in Alto Adige, laddove si era recato l’assessore Di Sciascio, il quale poi si è giustificato affermando che si era trattato soltanto di un incontro con i rappresentati di una regione già molto avanti nel settore dell’idrogeno. Anche il consigliere Giampaolo Vietri (Fdi) ha ribadito la necessità di incentivare l’impresa locale con una particolare attenzione per il turismo sostenibile, l’artigianato, i servizi, la filiera agroalimentare. Ma sulla vicenda sono intervenute anche le organizzazioni di categoria come la Confcommercio di Taranto che ha richiesto l’ampliamento dei codici Ateco ammessi ai bandi, dato che così come sono formulati ora rischiano di escludere diverse categorie commerciali e terziarie.
Anche la Confindustria col suo presidente Salvatore Toma ha chiesto, finora invano, un incontro con i vertici regionali e poi il sindaco Pietro Bitetti che si è preso la briga di elencare i codici Ateco che dovrebbero essere integrati per «supportare la diversificazione economica e la resilienza del territorio, garantendo che i fondi Jtf non siano circoscritti al settore industriale, ma promuovendo un ecosistema urbano integrato in cui il commercio, l’artigianato e i servizi alla persona diventino pilastri del rilancio economico-sociale». Ultima ma solo in ordine di tempo, la richiesta del consigliere Di Cuia di un’audizione urgente in Commissione. «Vogliamo capire perché la Regione non ampli la platea dei beneficiari, escludendo numerosi codici Ateco dalla possibilità di partecipare alle misure previste e vogliamo capire se tecnicamente sia possibile fare un’inversione di marcia.
Ce lo chiedono gli operatori economici e ancora non abbiamo ricevuto lumi a riguardo».
Insomma c’è una città, un fronte fatto di imprenditori, rappresentanti politici, istituzionali, di categoria, di semplici cittadini che chiede innanzitutto di capire i motivi di una scelta che, per ora, pare solo imposta dall’alto. E’ anche vero che se il metodo di Decaro sarà lo stesso utilizzato per sanare il deficit della sanità, cioè quello dell’imposizione, allora ci sarà ben poco da discutere. L’altra faccia della medaglia sarà però quella di avere contro un intero territorio e per un buon governatore, il cui gradimento in pochi mesi è calato di 13 punti in percentuale, non sarebbe molto conveniente.
