Mietta è seduta davanti allo specchio del camerino. Le mani della truccatrice lavorano sul suo volto mentre, fuori, Taranto si prepara alla sua notte più importante. Tra qualche minuto salirà sul palco dei Giochi del Mediterraneo per cantare Sott’ u’ sole, il brano scelto come colonna sonora della manifestazione. Ma prima della musica ci sono i ricordi: una bambina che correva scalza verso il mare, i nonni, lo stadio Erasmo Iacovone, una città amata e ferita che prova a guardare avanti. «Avrei voluto che mio nonno vedesse il nostro Iacovone rimesso a nuovo», racconta.
Mietta, lei è nata qui. Che effetto le fa vedere Taranto, per una sera, al centro del Mediterraneo?
«Spero che Taranto, oltre a essere al centro di questo meraviglioso evento, possa esserlo anche in altre occasioni. Se lo merita, ha un potenziale enorme. L’importante è che tutti noi tarantini, come dice il logo dei Giochi, impariamo davvero ad “abbracciare il futuro”. È una dichiarazione d’amore verso questa città. Se ci crediamo, possiamo ricostruire qualcosa di importante».
Che cosa significa, concretamente, «abbracciare il futuro»?
«Prima di tutto avere cura della nostra città. Amarla, rispettarla, fare in modo che torni a essere ciò che è sempre stata: cultura, arte, storia. Taranto ha moltissimo da raccontare. La cosa importante è ricordarselo».
«Sott’ u’ sole» è diventata la colonna sonora di questi Giochi. Quanto c’è della Taranto che porta dentro da sempre?
«Tutto. Il mio modo di interpretarla è la Taranto che conosco da quando ero bambina, da quando andavo in giro scalza per le strade. È come un cerchio che si apre o si chiude, non so. Di sicuro per me è una grande energia, perché da ragazzina vivevo proprio così. Interpretare oggi questo brano è motivo di orgoglio».
Che bambina è stata?
«Molto selvaggia. Molto libera, e in fondo lo sono ancora. Ero felice di vivere davanti al mare, felice di poter andare scalza da casa fino alla spiaggia. Felice delle cose semplici che allora bastavano a rendermi felice».
Ha visto cambiare Taranto negli anni?
«L’ho vista cambiare, peggiorare, modificarsi, tornare indietro. L’ho vista avere grinta, provare a recuperare, riuscirci a volte sì e a volte no. Però ho visto una volontà. E per me già la volontà è un grande punto di partenza».
È una città bellissima, ma segnata anche da ferite e contraddizioni. Questi Giochi possono cambiare il modo in cui l’Italia la guarda?
«È quello che ci auguriamo. Ringrazio anche il presidente Ferrarese: in meno di due anni si è riusciti a ricostruire qualcosa di molto importante per i tarantini. Penso prima di tutto allo stadio: qui il calcio è amatissimo e c’è un grande desiderio che possa ripartire. Ma c’è anche un’altra cosa che mi colpisce: vedere finalmente Taranto felice».
Il Mediterraneo oggi è insieme luogo d’incontro e luogo di conflitti. Al di là delle retoriche, la musica può ancora fare quello che spesso la politica non riesce a fare, cioè avvicinare le persone?
«La musica deve, dovrebbe e dovrà farlo. Dovrebbe essere una condizione sine qua non. Forse “abbracciare il futuro” significa anche questo: accogliere culture diverse perché possano incontrarsi. Oggi qui ci sono rappresentanti di tante realtà del Mediterraneo e io guardo tutto questo quasi con gli occhi di una bambina. Mi piace pensare che attraverso lo sport e la musica ci si possa avvicinare. Non so in quale modo, ma avvicinare sì».
Se dovesse scegliere una persona che avrebbe voluto accanto a sé in un giorno così importante?
«I miei nonni. Avrei voluto soprattutto che mio nonno vedesse il nostro Erasmo Iacovone rimesso a nuovo».
Una voce comune si sta alzando in questi giorni: Taranto non è soltanto Ilva.
«Certo che non è soltanto Ilva. Io faccio parte anche di una fondazione che si occupa di quella grande piaga sociale che è la violenza contro le donne. Nelle città dove esistono difficoltà economiche e lavorative, le donne possono trovarsi ancora più sole e costrette a difendersi in tanti modi. Credo che vadano aiutate».
È un tema che sente particolarmente?
«Molto. Ho scritto anche una canzone e una lettera che racconto durante i miei concerti. Parlo del fatto che una donna, per tanti motivi, possa restare dentro una storia tossica e malata: per paura, per amore, per i figli, perché non sa da dove ricominciare e come riprendersi la propria esistenza».
È successo anche a lei di rimanere in una storia nella quale non voleva più stare?
«Sì, mi è capitato, tantissimi anni fa. Ho scritto una canzone in cui quella realtà è venuta fuori. Ed è questa una delle cose meravigliose dello scrivere canzoni: mettere in musica anche quello che ti fa male».
E trasformarlo magari in qualcosa che possa aiutare gli altri.
«Sì. Perché queste cose possono aiutare altre donne, ma non soltanto loro. Anche alcuni uomini vivono amori tossici. Vorrei però che gli uomini si schierassero ancora di più contro la violenza sulle donne. È una piaga reale e credo che serva un lavoro profondo, alla radice, perché tutto questo non accada più».
