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Ex Ilva, 600 operai esclusi dal processo ora rischiano anche un’ammenda di tremila euro

Paradosso “Ambiente svenduto”: parti civili escluse dall’udienza mentre arrivano le cartelle esattoriali per pensionati, cassintegrati e licenziati

Ex Ilva, 600 operai esclusi dal processo ora rischiano anche un’ammenda di tremila euro
Un operaio dell’ex Ilva (foto di repertorio)

Oltre il danno, la beffa. Non solo nessun risarcimento per aver lavorato in luoghi non sicuri e inquinati, ma anche una multa, un’ammenda di tremila euro. È il paradosso giudiziario in cui rischiano di cadere circa 600 lavoratori del siderurgico che nel 2014 con Fiom e Cgil si costituirono parte civile nel maxi-processo Ambiente Svenduto, sul presunto disastro ambientale causato dall’Ilva dei Riva.

L’iter

In primo grado la Corte d’assise di Taranto stabilì condanne per oltre tre secoli, confische ed anche un risarcimento provvisorio di 5mila euro per ogni lavoratore. Il processo, com’è noto, nel 2024 è stato spostato a Potenza per un vizio di competenza territoriale e regredito all’udienza preliminare. E lì si inciampa in un cavillo. Secondo i legali, per il principio di immanenza, non c’era bisogno di rinnovare la costituzione di parte civile. Di parere diverso il gip, che ha dichiarato inefficaci le costituzioni non rinnovate nel nuovo procedimento. «Una decisione che di fatto metteva fuori da Ambiente Svenduto proprio le prime vittime di quel presunto disastro», commentano Giovanni D’Arcangelo e Francesco Brigati, segretari di Cgil e di Fiom.

I legali dei lavoratori hanno fatto ricorso in cassazione e lì nuova doccia fredda. Gli ermellini hanno stabilito che sì, il giudice ha sbagliato a non ammettere quelle costituzioni ma che la decisione non è “abnorme”, «sebbene la stessa si discosti, senza fornire argomentazioni pienamente convincenti, dai principi giurisprudenziali formatisi in materia di immanenza della parte civile e di esclusione della medesima». Risultato: pur avendo ragione, gli operai sono finiti “cornuti e mazziati”: estromessi dal processo e condannati al pagamento di un’ammenda di circa 3mila euro.

La doppia condanna

Le cartelle esattoriali sono partite inesorabilmente verso case di pensionati, cassaintegrati e licenziati. Proprio ora che la cassa integrazione per i lavoratori aumenterà per effetto del fermo definitivo alle attività dello stabilimento. Non è chiaro al momento se la condanna sia in solido, quindi 3mila euro diviso 600 quote da 5 euro, oppure se ognuno deve pagare la cifra, che vorrebbe dire 1,8 milioni di euro alle casse dello Stato. «Abbiamo scritto all’agenzia delle Entrate e chiesto chiarimenti ma ancora non abbiamo avuto risposta», precisa l’avvocato Massimo Delvecchio, legale della Fiom Cgil. «Quei lavoratori non possono pagare, non possono essere condannati perché da vittime diventerebbero colpevoli», dicono D’Arcangelo e Brigati. Quanti ai risarcimenti, agli operai resta ancora la strada della causa civile, separata da Ambiente svenduto.