Una parola può diventare una paura collettiva. E quella paura trasformarsi in programma politico. È il percorso che Vera Gheno ricostruisce in “Genere” (Laterza), il recente libro che presenta oggi alle 18.30 alla Libreria Laterza, in dialogo con Lea Durante.
Negli ultimi giorni la sociolinguista ha attraversato la Puglia in contesti diversi: venerdì 16 al Teatro comunale di Galatone il monologo Nessun@ è normale, nella stagione di prosa «OPS! L’imprevisto diventa comunità» curata da Ventinovenove; ieri, alla libreria Liberrima di Lecce, La lingua libera (effequ), con Valeria Dell’Anna, nell’ambito di «Conversazioni sul Futuro».
A Bari il punto di partenza è la parola che dà titolo al libro, trasformata dalla contesa pubblica: da strumento per comprendere le differenze a presunto pericolo da combattere. Nel saggio Gheno segue questo passaggio tra ricerca, religione e politica, interrogandosi su chi abbia il potere di stabilire ciò che è «normale» e ciò che non lo è. Una discussione che riguarda non solo il significato delle parole, ma la libertà delle persone di riconoscersi in esse, o di sottrarsi alle definizioni imposte.
Nel suo libro racconta come il genere sia diventato una parola capace di suscitare paure e mobilitare consensi politici. Quali insicurezze profonde intercetta oggi la battaglia contro il cosiddetto «gender»? E quanto contribuiscono politica e informazione ad alimentarle?
«Politica e informazione hanno un ruolo di primissimo piano nell’alimentare una narrazione paurosa del termine genere, o meglio di gender, senza definirlo con esattezza. Il paventare l’esistenza di un’ideologia gender solletica paure molto biologiche e istintive. La principale riguarda i bambini, la loro salute, il corpo, la psiche. Questa non è mai stata l’intenzione di chi si occupa di genere: è un’invenzione propagandistica. Ma la paura più profonda è proprio che il gender sia stato creato per traviare l’infanzia».
Nel dibattito pubblico il riconoscimento dei diritti delle persone transgender viene spesso presentato come una minaccia per quelli delle donne, anche da una parte del femminismo. Perché si è affermata l’idea che riconoscere nuovi diritti significhi necessariamente sottrarne ad altri?
«Faccio fatica a capire come si possa essere femministe e transfobiche, o comunque transescludenti, perché le due discriminazioni hanno la stessa matrice: la distanza da una presunta normalità. Nel caso delle donne, la normalità è il maschile; nel caso delle persone trans, è l’essere cisgender, cioè persone nelle quali sesso anagrafico, biologico e identità di genere coincidono. Come fanno le femministe essenzialiste e transescludenti a non vedere che se si ammette la discriminazione delle persone trans non si può escludere che un domani vengano discriminate anche le donne cis? La contrapposizione è campata in aria: non c’è un esempio di misura a favore delle persone trans che danneggi le donne cis. I diritti non sono una coperta corta, non sono in numero finito: allargarli non significa toglierli a qualcun altro».
Per molti giovani parlare di identità di genere è naturale, mentre una parte del mondo adulto considera questi temi fonte di disorientamento. È soprattutto una distanza generazionale o un conflitto alimentato dalla politica?
«Indubbiamente esiste una distanza generazionale. Il contesto socioculturale in cui crescono i giovani è molto diverso da quello delle generazioni dei loro genitori. Ma è sicuramente anche una questione di narrazione. In Italia le generazioni più grandi continuano a informarsi soprattutto tramite la televisione: chi gestisce la comunicazione televisiva e, in misura minore, i giornali controlla in parte la narrazione pubblica. Su un tema come il genere questo conta moltissimo. I contenuti culturali rivolti alle persone più giovani, al contrario, danno ormai per scontata una certa elasticità del genere, se non vogliamo chiamarla fluidità».
Nelle pagine conclusive del suo libro immagina una società capace di vivere serenamente le differenze. Ma le tante definizioni oggi disponibili, pur favorendo il riconoscimento delle identità, non rischiano di diventare nuove gabbie? Come conciliare il diritto di definirsi con quello di non dover giustificare continuamente chi si è?
«La preoccupazione per la moltiplicazione delle identità è un falso problema. Non significa che tutti debbano conoscerle tutte e non sbagliare mai. Conta il rispetto delle identità altrui, anche quando sfuggono alla nostra comprensione. È un passo verso quella che Fabrizio Acanfora chiama “convivenza delle differenze”. Preoccuparsi perché ci sono troppe identità è stupido: è come temere che i troppi colori dell’arcobaleno possano confonderci. Non serve avere familiarità con ogni colore. Ma l’arcobaleno deve continuare a essere libero di avere tutte le sue sfumature: non è certo una cosa negativa».
