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“Internet non è un posto per femmine”, Semenzin: «La rete è ostile alle donne se monetizza odio e sessismo» – L’INTERVISTA

Silvia Semenzin è stata a Taranto per un corso sulla violenza digitale organizzato dall’UniBa con Sudest Donna. Oggi, presenterà il suo saggio a Lecce

“Internet non è un posto per femmine”, Semenzin: «La rete è ostile alle donne se monetizza odio e sessismo» – L’INTERVISTA

Silvia Semenzin, sociologa, attivista femminista, docente all’Universitat Oberta de Catalunya e ricercatrice ad AI Forensics, studia misoginia online, violenza di genere digitale e governance delle piattaforme. Promotrice nel 2018 della campagna #IntimitàViolata, da cui è nato l’articolo 612-ter del codice penale, ha pubblicato per Einaudi “Internet non è un posto per femmine”.

Ieri è stata a Taranto per un corso sulla violenza digitale organizzato dall’Università di Bari e da Sudest Donna. Oggi, presenterà il suo saggio a Lecce da Tagliatelle – Stazione Ninfeo, per «Nel frattempo – Conversazioni sul futuro», in collaborazione con Officine Culturali Ergot, dialogando con Loredana De Vitis.

Nel libro descrive la «manosfera», quella rete di forum online frequentati da uomini che promuove idee antifemministe, reazionarie e sessiste, e spiega che non è più fenomeno ristretto ma sta diventando «manocultura». Perché questo passaggio è così pericoloso?

«Il passaggio che faccio nel mio libro è raccontare come la manosfera non sia più un fenomeno di nicchia, non appartenga più ai margini di internet, ma sia riuscita a penetrare anche negli ambienti più mainstream, in particolare nei social network e nelle grandi piattaforme digitali. Lo fa attraverso narrazioni, estetiche, meme e hashtag che all’apparenza possono sembrare innocenti o semplici opinioni, ma in realtà sottendono messaggi misogini e antifemministi. È pericoloso perché oggi sono le piattaforme digitali che fanno arrivare questi messaggi direttamente anche a uomini e ragazzi molto giovani, non necessariamente radicalizzati. Questo rischia una maggiore normalizzazione della misoginia, della cultura violenta e della cultura dello stupro».

In che modo la violenza di genere diventa anche un prodotto redditizio?

«Mi rifaccio agli studi di colleghe in cui è stato già dimostrato come le piattaforme digitali lucrino sui contenuti violenti, sui discorsi violenti, sugli attacchi alle donne. Lo fanno attraverso l’estrazione dei dati ricavati da queste interazioni digitali e pilotando il modo in cui discorsi di un certo tipo diventano o non diventano virali. Dietro all’economia della manocultura c’è una vera e propria macchina economica: non solo ci lucrano le piattaforme, ma anche i content creator. Chi la spara più grossa può aspirare ad avere un pubblico più grande. Capitalismo e patriarcato sono sempre andati molto a braccetto e, nell’era del digitale, non ci può sorprendere che questo sia proprio un modello di business».

Perché la violenza digitale è una forma di disciplinamento di donne e soggettività marginalizzate?

«La violenza digitale, in linea con tutte le forme di violenza di genere, è sempre una questione di potere e di controllo, un tentativo di possedere i corpi e le voci femminili, assicurandosi che rimangano soggiogate al potere maschile. Rimettere al loro posto donne e soggettività marginalizzate significa fargli continuare a credere che internet non sia uno spazio per loro. Significa renderlo uno spazio ostile alla presenza di voci marginalizzate o femministe che cercano di portare narrazioni alternative a quelle che continuano a essere il discorso più mainstream: un discorso intriso di stereotipi di genere e sessismo, allineato anche alle tendenze globali di avanzata dell’estrema destra».

Che cosa deve cambiare perché l’attivismo online non resti solo denuncia?

«Ho scritto un capitolo su questo per raccontarne le sfumature e la complessità, perché è un argomento su cui non possiamo pensare in bianco e nero. Da una parte lo trovo ancora uno strumento essenziale: se ci viene negato può essere molto pericoloso, perché la mancanza di spazi anche digitali significa mancanza di partecipazione alla vita pubblica e politica. Poi è chiaro che questo attivismo rimane mediato da piattaforme che neutrali non sono. Non possiamo limitarci a un femminismo che semplicemente reagisca e denunci, per quanto la denuncia rimanga importante: dobbiamo sforzarci di immaginare e ricostruire un immaginario sociale a partire anche dalla tecnologia, rimettendo al centro il femminismo».

Qual è il primo passo concreto per trasformare Internet da spazio di sopravvivenza a spazio di libertà?

«Non c’è un passo concreto unico, perché è un passo che dobbiamo fare in maniera collettiva. Però ribadisco: è necessario riportare il femminismo dentro alle conversazioni sul digitale, perché donne e femministe sono state completamente estromesse dalle conversazioni più politiche sulla governance delle piattaforme, sul ruolo della tecnologia nella società e nella democrazia, su come questi strumenti debbano essere utilizzati, prodotti, disegnati. Per me il femminismo ha molte delle risposte. Il passaggio è semplice ma anche molto complesso, perché non si fa dall’oggi al domani. Richiede anche che le femministe stesse si formino sulle tematiche tecnologiche».