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Pd Puglia, Capone dalla Festa dell’Unità a Martina Franca: «Se la piazza ti fischia devi prenderne atto» – L’INTERVISTA

L’ex presidente del Consiglio di via Gentile e ora alla guida della quinta Commissione regionale, fa riferimento all’attuale momento politico

Pd Puglia, Capone dalla Festa dell’Unità a Martina Franca: «Se la piazza ti fischia devi prenderne atto» – L’INTERVISTA

Una festa dell’Unità giunta alla quarta edizione e che pare un punto di sintesi a quasi un anno dalla vittoria decariana e l’inizio della campagna elettorale per il Parlamento. Loredana Capone del Pd, già presidente del Consiglio di via Gentile e ora alla guida della quinta Commissione regionale, fa riferimento all’attuale momento politico.

Presidente, in questo momento la politica ha due capitali: Bari per l’arrivo di Meloni e Martina Franca che oggi attende Schlein. Che messaggio parte dalle due città?

«Un messaggio che ci vede agli antipodi. La Meloni ha festeggiato a Bari il governo più lungo di centrodestra quando poco prima 2.500 lavoratori dell’Ilva avevano ricevuto la lettera di licenziamento. Questa è solo la punta dell’iceberg e dimostra quanto questo governo sia rimasto distante dalle vere necessità del Paese: salute, lavoro, welfare, per citarne alcune. Un lungo elenco che per noi sono priorità. Da Lecce e da Martina Franca partirà un unico messaggio: il bene del Paese è ciò a cui tendiamo».

Mentre Meloni parlava da palco barese, 2.500 lavoratori dell’indotto ex l’ex Ilva saranno licenziati. Il Pd cosa dice a quei lavoratori e alle loro famiglie? L’Ilva va chiusa?

«I lavoratori non sono numeri e non devono pagare il prezzo di anni di errori. Non dobbiamo scegliere tra lavoro e salute. L’area a caldo non può essere il futuro di Taranto, ma, come dice Decaro, non si può chiudere senza alternativa industriale».

Se a Bari, com’è stato detto si è scritto la storia dell’era repubblicana, a Martina Franca cosa succede?

«Martina è terra di passioni, simbolo di resistenza e riferimento culturale per l’intera Valle d’Itria. Da Martina può cominciare una storia diversa: quella di un centrosinistra che spiega agli elettori perché noi governeremmo meglio e per chi. Se parte da Martina questo messaggio, quella piazza parla al Paese».

Il centrosinistra cerca una sua identità e prova a prendere la guida del Governo, ma può bastare il Campo largo o serve trovare altra strada? In altri termini perché la sinistra fatica a parlare di cose di sinistra?

«Il centrosinistra ha già una sua identità. Ed è proprio quella di prendersi cura di chi non riesce ad arrivare a fine mese, dei precari, degli anziani con pensioni da fame. Prendersi cura di ogni persona rispondendo ai bisogni di ciascuno: dai lavoratori agli imprenditori, dagli studenti ai professionisti perché in un paese civile nessuno si deve sentire escluso. Alla Festa dell’Unità guardando negli occhi gli elettori avviamo il confronto in modo diretto e schietto. Perché se la piazza ti fischia devi prenderne atto e farti un esame di coscienza».

La Puglia crocevia di popoli, ponte verso l’Oriente, terra di accoglienza, sono claim spesso abusati, ma cos’è diventata la Puglia negli ultimi vent’anni?

«La Puglia è cresciuta moltissimo. Una regione che ha acquisito un peso nazionale e mediterraneo. Turismo, cultura, agricoltura, industria e porti sono grandi opportunità, ma convivono con salari bassi, precarietà e spopolamento. La sfida è trasformare le potenzialità in sviluppo e lo sviluppo in benessere diffuso. Abbiamo messo strumenti in campo come Nidi o Titolo II turismo che hanno attratto tanti investimenti e trasformato i sogni in realtà. Ora dobbiamo fare un passo avanti sui servizi e sui trasporti».

C’è un’altra donna, salentina, uccisa dal proprio ex fidanzato, il femminicidio è un delitto come gli altri?

«È un orrore. La morte assurda di Lorena Isceri è una tipica espressione del disagio mentale e della scarsa educazione all’affettività. Queste ragioni mi hanno spinta a portare in Consiglio la legge sullo Psicologo di base. Il governo va in senso opposto: il decreto Valditara fa fare un passo indietro proprio sull’educazione all’affettività».