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Legge elettorale, Pino Pisicchio: «Il premio di maggioranza mi pare un’esagerazione» – L’INTERVISTA

Dopo l’audizione alla Camera, torna sui nodi della riforma: premio di maggioranza, preferenze, ballottaggio, crisi dei partiti e premierato

Legge elettorale, Pino Pisicchio: «Il premio di maggioranza mi pare un’esagerazione» – L’INTERVISTA

Giurista, docente di Diritto pubblico comparato e parlamentare per sei legislature, Pino Pisicchio osserva lo «Stabilicum» da una posizione nettamente proporzionalista. Dopo l’audizione alla Camera, torna sui nodi della riforma: premio di maggioranza, preferenze, ballottaggio, crisi dei partiti e premierato, in un confronto a distanza con le posizioni espresse da Gaetano Quagliariello.

Professor Pisicchio, lei ha giudicato eccessivo il premio previsto dallo Stabilicum. Quagliariello ritiene invece che, rispettati i limiti della Consulta, non vi siano particolari problemi di disproporzionalità. Dove va fissato il confine tra governabilità e rappresentanza?

«A fare i conti avremmo un premio del 17,5% che adesso, per quel che se ne capisce dal concitato debutto senza relatore al Senato della proposta, sarebbe assegnato alla coalizione o partito che raccoglie il 41%. Con l’aria che tira e la diserzione delle urne, ormai siamo intorno a poco più della metà di votanti, significherebbe che chi raccoglie più o meno il 20% dei voti degli aventi diritto, si porterebbe a casa quasi il 60% dei parlamentari. Mi sembra un’esagerazione. Il punto di caduta? Io direi che solo la forza politica, o l’alleanza, che ha la maggioranza assoluta dei voti dovrebbe aver diritto ad un premio. Se nessuno ci arriva allora si va nelle assemblee parlamentari e lì si costruiscono le maggioranze. Il sistema costituzionale italiano, a differenza di altri, come quello francese che presume la fiducia al governo indicato dal presidente, mette al centro il Parlamento: si vota alla Camera e al Senato. Forzarlo con le leggi elettorali non è di particolare eleganza».

Lei propone che le leggi elettorali richiedano almeno la maggioranza assoluta dei componenti delle Camere. È un modo per sottrarre le regole del gioco agli interessi della maggioranza del momento?

«C’è una risposta molto chiara, dettata dalle vicende odierne: possiamo mai immaginare di rincorrere i sondaggi con le asticelle di Vannacci che salgono ad ogni singulto per fare la legge che sta alla base della democrazia rappresentativa? L’Italia è tra i grandi paesi europei quello che ha registrato il più alto “ipercinetismo” elettorale, modificando negli ultimi trentatré anni quattro volte, questa sarebbe la quinta, una legge che andrebbe adottata col velo dell’ignoranza e in accordo tra maggioranza e opposizione, cioè non per aggiustare il cammino politico di chi la fa. Tuttavia il nostro ordinamento la tratta come una legge ordinaria per cui le maggioranze di governo possono modificarla a proprio piacimento perché non occorre nemmeno la maggioranza assoluta dei parlamentari per approvarla. Ecco, mi accontenterei che vi fosse almeno questo vincolo che adesso manca».

Quagliariello sostiene che una legge può favorire la governabilità, ma non determinare la forza dei partiti. Lei individua invece nella svolta maggioritaria del 1993 una causa della crisi della forma-partito. Quanto può incidere il sistema elettorale?

«Il nostro ordinamento politico è intimamente a vocazione proporzionalistica: per poco Mortati, il grande costituzionalista, non riuscì a costituzionalizzare il principio. Dunque non c’è un solo atomo della Costituzione che non lo sia. Ho sempre considerato un errore pensare di forzarne l’impianto attraverso le leggi elettorali. Ieri in perfetta solitudine. Oggi forse con qualche consenso in più. Se il dibattito pubblico fosse un po’ più serio si dovrebbe occupare della forma-partito, distrutta e trasformata in brand commerciale senza sostanza democratica».

Il centrodestra prova a reintrodurre le preferenze, mantenendo capilista bloccati, mentre resta il nodo del ballottaggio. Questa soluzione restituisce davvero la scelta agli elettori? E perché è contrario al secondo turno?

«L’ingresso del voto di preferenza è sempre un atto di democrazia e, se mi permette, di coerenza, visto che nei Comuni, nelle Regioni e perfino nel Parlamento Europeo le preferenze ci sono. Piuttosto non condivido i leader bloccati: potete immaginare leader del passato come Moro, Berlinguer, Craxi o anche Almirante rinunciare a misurarsi col corpo elettorale? Paura di prendere meno voti di altri candidati? Salvezza del pertugio per nominare, attraverso le opzioni dei capilista, amici e parentado? Suvvia! Comunque vorrei dire ai convertiti al voto di preferenza: fate attenzione, perché chi viene eletto col voto popolare non sarà più vostro suddito perinde ac cadaver. Sul ballottaggio, mi pare di capire che stia sfumando. Comunque sono nettamente contrario: si addice ai sistemi presidenzialisti ma non al nostro. È un modo surrettizio per introdurre elementi di presidenzialismo in un sistema parlamentare».

Sul premierato, Quagliariello teme che tecnologia e disinformazione rendano pericolose elezioni «capestro». Dopo trent’anni di tentativi maggioritari, il problema italiano è ancora la debolezza dell’esecutivo o piuttosto la crisi della rappresentanza?

«Stimo Gaetano per la sua serietà e dunque non mi stupisce che condivida con me l’allarme sul mutamento antropologico intervenuto con l’egemonia del digitale. Se non si prende atto di questo il nostro dibattito rischia di diventare astratto e antico. Siamo prigionieri dell’algoritmo che spezza la realtà in bianco e nero, amico, nemico, a beneficio dei padroni del web. Anche le guerre ibride oggi utilizzano la disinformazione come arma letale. Speriamo di non doverne prendere atto nel corso della campagna elettorale. Come difendersi? Ovviamente con nuovi livelli di consapevolezza ma anche evitando di mettere troppo potere nelle mani di uno o di pochi. Ai padroni del web è una cosa che piace. A noi decisamente no».