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«La mafia fa affari anche d’estate». Intervista al sociologo Palmisano

«La Puglia ha costruito solo in parte la sua offerta turistica su un turismo storico-culturale e paesaggistico, la fetta più grande, quella del turismo di massa, sta chiaramente alimentando le mafie locali, radicalmente integrate con il tessuto imprenditoriale». Così, Leo Palmisano, sociologo e scrittore barese, autore di numerose inchieste sulle mafie straniere e autoctone, commenta…
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«La Puglia ha costruito solo in parte la sua offerta turistica su un turismo storico-culturale e paesaggistico, la fetta più grande, quella del turismo di massa, sta chiaramente alimentando le mafie locali, radicalmente integrate con il tessuto imprenditoriale». Così, Leo Palmisano, sociologo e scrittore barese, autore di numerose inchieste sulle mafie straniere e autoctone, commenta il paradosso di una regione apparentemente ricca, tra locali di tendenza affollati e movida, ma che convive con una povertà diffusa di ampie fasce della popolazione, scarse possibilità per i giovani e una criminalità che, di tanto in tanto, come in questi giorni, torna a sparare e ad uccidere.

Siamo ormai una meta da sogno. I flussi sono in costante aumento. Ma sembra che questa ricchezza non resti sul territorio, infatti il Pil regionale cresce molto lentamente. Perchè?

«Da qualche anno ci stiamo raccontando la fiaba di una regione ricca, attribuendo questa ricchezza solo alle bellezze naturalistiche e alla straordinaria qualità delle acque marine. Abbiamo anche un turismo per così dire “colto”, interessato al nostro patrimonio storico e archeologico. Di contro la maggior parte del turismo è un turismo di consumo, non voglio dire “focaccia e panzerotti”, ma più da movida. E la movida oggi è soprattutto consumo di alcol e droga: crack, Fentalyn, sostanze di autoproduzione e tanti prodotti da hard discount. La Puglia ogni estate diventa una delle più importanti piazze nazionali ed europee di spaccio. E la mafia ovviamente fa grandi affari».

Cosa non è andato come doveva?

«Siamo stati bravi a gestire questa tendenza turistica, meno a compensarla con un innalzamento culturale. La mafia investe dove ci sono flussi economici importanti. Lo stesso Falcone utilizzava il metodo “segui i soldi” per arrivare ai mafiosi. Oggi, la Puglia vive questa realtà. La mafia spara in una discoteca in cui deve andare a ostentare il proprio successo, diventando un modello negativo anche per tanti giovani e brucia anche simbolicamente i luoghi della cultura, come accaduto con il Petruzzelli. Non è un caso».
Forse, da pugliesi, abbiamo semplicemente paura a pronunciare la parola “mafia”, pensiamo a un fenomeno ormai passato.

«E’ vero ma non è così. Parliamo tanto dello spacciatore di colore alla stazione, ma chi sono i suoi clienti e da chi si rifornisce? E’ molto più pericolosa una mafia che acquista catene di negozi o penetra, come avvenuto a Bari, nell’economia delle aziende municipalizzate. Per non parlare di dirigenti pubblici, spesso privi di competenze tecniche, ma premiati per il consenso maturato anche grazie al voto di scambio politico-mafioso. Devo dire che oggi in Sicilia o Calabria è molto più diffusa la consapevolezza sulle mafie. Noi non vogliamo nemmeno pronunciare il termine ma abbiamo, per esempio, due giudici, due donne, sotto scorta in Salento; e una mafia che assalta ai portavalori bloccando statali e autostrade. Non possiamo permetterci di buttarla sul folklore».

Ci sono campanelli d’allarme?

«Certo, i report di Avviso Pubblico e Libera ci indicano sempre più famiglie indebitate per gioco d’azzardo e usura ed è ripreso il racket delle estorsioni».

E le istituzioni?

«Vanno disintossicate sia l’economia privata che quella pubblica. Molti hanno paura di denunciare. Ecco perchè bisogna costruire una tutela oggettiva che va al di là della presenza delle forze dell’ordine, pur necessaria e importante. E poi serve tanta tanta prevenzione, a partire dalle scuole».

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