Avvocato, storico esponente socialista e già presidente della Provincia di Bari, Gianvito Mastroleo torna sulla crisi del regionalismo e sulla «Repubblica delle autonomie» prevista dalla Costituzione.
Lei parla apertamente di crisi del regionalismo. Dove si è spezzato l’equilibrio tra Stato, Regioni ed enti locali?
«Sono un regionalista convinto, oggi più che mai. Proprio perché il regionalismo è in crisi, credo sia necessario recuperare il disegno costituzionale della Repubblica delle autonomie. La Costituzione immagina il governo del Paese come un sistema multilivello, nel quale lo Stato centrale convive con Regioni, Province e Comuni. Quel sistema si è progressivamente rotto. Hanno pesato la personalizzazione della politica, l’indebolimento dei partiti e, soprattutto, la crescita abnorme delle funzioni regionali. Le Regioni hanno trattenuto competenze invece di distribuirle nel sistema delle autonomie, moltiplicando agenzie ed enti speciali».
Lei individua nell’«elefantiasi» delle Regioni uno dei segnali della crisi. Quale modello andrebbe recuperato?
«Quello originario. Alle Regioni spettavano soprattutto programmazione, pianificazione e alta amministrazione. Invece si sono caricate di molte altre funzioni, senza utilizzare davvero sussidiarietà, deleghe e trasferimenti di competenze. Così abbiamo Comuni che potrebbero svolgere determinate funzioni ma non le svolgono, Province svuotate e una proliferazione di agenzie. C’è anche un problema democratico: funzioni che potrebbero essere affidate a organismi elettivi finiscono nelle mani della burocrazia. La mia idea resta quella di due livelli fondamentali, il governo centrale e il sistema delle autonomie locali. Aggirare gli organi elettivi può apparire efficiente, ma rischia di favorire una concezione verticale del governo».
Più volte ha richiamato la stagione precedente agli anni Novanta, quando politica, partiti e mondo accademico dialogavano di più. Che cosa si è perduto?
«Si è perduto innanzitutto un metodo. Mi sono formato in un clima di forte concertazione tra politica, partiti e mondo accademico: si elaboravano insieme idee e progetti. Quel percorso portò nel 1990 alla prima riforma organica delle autonomie locali dell’Italia repubblicana. Poi, tra il 1992 e il 1994, arrivarono la legislazione dell’emergenza e le soluzioni della stagione referendaria, pensate più per fronteggiare la crisi politica che per far funzionare il sistema. Da allora si è smarrita la logica della collegialità e della cooperazione tra i diversi livelli istituzionali».
Il presidente Decaro ha indicato sanità, piano industriale, energie rinnovabili e sostegno alle famiglie tra le priorità. Che cosa dovrebbe aggiungere un’agenda pugliese sul regionalismo?
«Quelle priorità sono essenziali, ma aggiungerei una riflessione istituzionale. Bisognerebbe aprire una convention tra studiosi, intellettuali, amministratori, politici e soprattutto partiti, restituendo a questi ultimi la funzione di elaborazione e formazione. Occorre chiedersi se gli attuali confini regionali siano ancora adeguati, come la Puglia debba collocarsi nel dibattito sulle macroregioni, quali funzioni debba esercitare e quali garanzie democratiche debbano accompagnare le scelte. E bisogna ripensare Province e Comuni, perché il governo collegiale e multilivello è indebolito. Rimettendo insieme visione politica, cultura istituzionale e competenze scientifiche si può costruire una Regione rinnovata e un governo autenticamente democratico. Per queste ragioni di metodo, condivido di Decaro anche le perplessità che ha espresso intorno alle primarie, per loro natura divisive, mentre solo l’intesa su un programma condiviso sarebbe inclusivo».
