Dall’altra parte della scrivania non si siede più nessuno. È questo, nella sua brutalità, il dato più sorprendente che emerge dall’analisi della Cgia di Mestre, elaborata sui risultati dell’indagine annuale condotta da Unioncamere e dal ministero del Lavoro: nel 2025 quasi un colloquio di selezione su tre è andato deserto, non per mancanza di offerte ma per assenza totale di candidati. Un fenomeno che nel giro di soli otto anni si è moltiplicato per quattro – dalle circa 400mila posizioni scoperte del 2017, pari al 9,7% del totale previsto, si è passati a 1 milione e 750mila casi, ovvero il 30,2% – con punte che nelle costruzioni raggiungono il 39%, nel comparto legno-mobile il 35,2% e nelle aziende multiutility, quelle che gestiscono acqua, energia e gas, sfiorano il 35%.
Di fronte a 5,8 milioni di assunzioni programmate, ben 2,7 milioni – quasi la metà – si sono rivelate di difficile reperimento: 1,7 milioni per mancanza di candidati, 765.500 per preparazione inadeguata e 216.400 per altri motivi.
Lo scenario
In questo quadro sconfortante, la Puglia si ritaglia un posto singolare: è la regione d’Italia dove il fenomeno pesa meno, con un tasso del 25% di colloqui andati a vuoto. Un dato che, letto accanto ai numeri delle regioni più colpite – Valle d’Aosta al 39,5%, Trentino-Alto Adige al 39% e Friuli-Venezia Giulia al 37,4%, – dice qualcosa di preciso: il mismatch tra domanda e offerta di lavoro non è solo una questione di competenze o di demografia giovanile, ma anche di contesto economico e di struttura produttiva locale. Le regioni del Nord-Est, con piena occupazione e mercati del lavoro già saturi, soffrono di una scarsità strutturale di candidati disponibili. Il Sud, dove la pressione occupazionale è più bassa e il bacino di persone ancora in cerca di lavoro è più ampio, vede numeri migliori su questo specifico indicatore. I giovani, spiega la Cgia, non cercano più soltanto uno stipendio: vogliono equilibrio tra vita privata e lavoro, flessibilità, possibilità di crescita concreta e un ambiente che dia senso a quello che fanno.
C’è poi un fattore demografico: i giovani sono meno rispetto al passato, e in molti settori sono diventati una risorsa rara che le aziende si contendono. A questo si aggiunge un sistema scolastico e formativo che non riesce a produrre in quantità sufficiente le figure tecniche e specializzate di cui il tessuto produttivo ha bisogno. Ma c’è anche una responsabilità delle imprese, che troppo spesso pubblicano annunci vaghi, costruiscono processi di selezione farraginosi e finiscono per scoraggiare anche i candidati più motivati, che nel frattempo hanno già accettato un’altra offerta. La Cgia indica la strada: costruire un rapporto più diretto e continuo tra scuola, formazione professionale e mondo produttivo, puntando su stage di qualità, apprendistati ben retribuiti e percorsi di orientamento capaci di mostrare ai ragazzi cosa significa davvero lavorare in un mestiere, quale futuro offre e perché vale la pena sceglierlo. Le imprese devono investire in formazione continua, ripensare gli ambienti di lavoro in chiave moderna e meritocratica e imparare a comunicare con le nuove generazioni in un linguaggio che quelle generazioni riconoscano come autentico.
