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Archeologia, Giuliano Volpe:«La Puglia è un laboratorio per costruire una nuova coscienza di luogo» – L’INTERVISTA

È da qualche giorno in libreria Archeologia. Storia e metodi, paesaggi e persone (Laterza) di Giuliano Volpe. Nell’ultimo mezzo secolo l’archeologia ha modificato il proprio bagaglio metodologico, ampliando campi d’azione, tempi e temi. Volpe è professore ordinario di Archeologia all’Università di Bari, dove insegna Metodologia della ricerca archeologica e Archeologia pubblica. La sua scelta dell’archeologia…
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È da qualche giorno in libreria Archeologia. Storia e metodi, paesaggi e persone (Laterza) di Giuliano Volpe. Nell’ultimo mezzo secolo l’archeologia ha modificato il proprio bagaglio metodologico, ampliando campi d’azione, tempi e temi. Volpe è professore ordinario di Archeologia all’Università di Bari, dove insegna Metodologia della ricerca archeologica e Archeologia pubblica.

La sua scelta dell’archeologia nacque all’università, dentro una stagione di impegno politico e civile. Quanto ha inciso questa origine?

«Effettivamente la decisione di studiare Archeologia è maturata all’università, dove facevo studi di carattere storico e filologico, in particolare in storia antica; in quegli anni ero uno studente anche molto impegnato in politica e quella passione civile è rimasta inalterata nel corso di tutto il mio percorso. Fu in quel contesto che l’incontro con Andrea Carandini, grazie ad una sua conferenza tenuta a Bari per presentare Archeologia e cultura materiale, mi indusse a orientarmi verso l’Archeologia perché la sentivo come la disciplina che maggiormente mi consentisse lo studio del passato attraverso i suoi resti materiali, ma anche un impegno nel presente per dare a quei resti un nuovo senso e un nuovo valore, percepibile da tutti».

Il piacere dell’archeologia non sta nella «scoperta sensazionale», ma nella relazione tra tracce minime. È questa la risposta agli stereotipi?

«Il vero piacere che prova un archeologo non sta tanto nella scoperta di un singolo elemento, per quanto importante anche sotto il profilo artistico, ma nel meccanismo stesso della ricerca, attraverso l’indagine stratigrafica, attraverso l’individuazione delle tracce, ora evidenti ora labili, lasciate da persone vissute in un territorio prima di noi. Si deve insomma superare quel vero e proprio feticismo per il singolo manufatto ed enfatizzare il contesto. Insomma va valorizzata la ricerca, con tutte le sue difficoltà, i sacrifici, le domande di volta in volta poste, i successi e gli insuccessi, le soddisfazioni e le delusioni, e non la mera scoperta».

Nel suo libro l’archeologo non studia soltanto oggetti, ma persone. Quanto conta passare dall’archeologia delle cose a un’archeologia delle vite?

«Un grande archeologo inglese, Mortimer Wheeler, ha fornito una definizione perfetta del nostro lavoro: l’archeologo non scava cose ma persone. Prevale spesso un’idea sbagliata dell’Archeologia come di una scienza che si occupa di cose morte, di città abbandonate, di necropoli, e invece l’archeologia ricostruisce la vita di quegli insediamenti, di quei territori, di quelle abitazioni o di quei luoghi pubblici che gli archeologi individuano, documentano, interpretano. Gli archeologi sono un po’ le spie del passato, cercano di indagare le vite di persone vissute secoli o millenni fa. E inoltre noi archeologi, almeno nella mia prospettiva, dobbiamo occuparci delle vite delle persone di oggi».

Lei definisce l’archeologia prima di tutto come un metodo. Che cosa cambia se smettiamo di confinarla all’Antichità classica?

«A lungo l’archeologia è stata identificata con lo studio del mondo classico e in particolare con lo studio degli aspetti artistici; un interesse minore è stato riservato alla preistoria e alla protostoria, a lungo definita in maniera spregiativa la “scienza degli ignoranti”, perché priva di fonti scritte. In realtà l’archeologia si configura prima ancora che come una disciplina come un metodo di indagine applicabile ad ogni momento della storia umana sulla terra, fondata su una serie di metodi specifici, in primis la stratigrafia, la tipologia, la tecnologia, e anche l’indagine topografica, l’impiego delle scienze naturali e archeometriche».

L’archeologia pubblica chiama in causa i cittadini. Come si tengono insieme rigore scientifico e partecipazione?

«L’Archeologia oggi, proprio per via della sua espansione a campi prima non considerati, non può che essere un’Archeologia partecipata, in grado di coinvolgere le persone in tutte le fasi, da quella dell’individuazione fino alla interpretazione e diffusione dei risultati di una ricerca. La partecipazione, cioè, non può essere limitata solo al momento finale della divulgazione e non può e non deve considerare le persone solo come fruitori o peggio ancora come clienti, ma come protagonisti attivi di un processo complesso di conoscenza, di tutela sociale e di gestione di un patrimonio che non appartiene solo agli archeologi, ma che è di tutti».

In Puglia quale ruolo può avere oggi l’archeologia nel rapporto tra tutela, comunità e sviluppo?

«I paesaggi della Puglia conservano tracce straordinarie della presenza dell’uomo a partire dalla preistoria più remota, si pensi al Neanderthal di Altamura, ai siti paleolitici del Gargano e non solo, ai tanti insediamenti neolitici, alle straordinarie manifestazioni delle civiltà preromane della Daunia, della Messapia, della Peucezia, a tutta la lunga fase romana e poi a quella longobarda bizantina, alle grandi testimonianze dell’età medievale e moderna fino alle tracce più vicine a noi. È uno straordinario palinsesto stratificato che fa della Puglia un vero e proprio laboratorio. Questo esteso e complesso patrimonio archeologico non può essere considerato solo per il suo valore turistico, pur considerevole, ma anche per il valore che rappresenta per i cittadini pugliesi, compresi i nuovi cittadini provenienti da varie parti del mondo. Solo attraverso la conoscenza di questo patrimonio è possibile che i cittadini pugliesi costruiscano una consapevolezza, una vera “coscienza di luogo”, imparando ad amarlo e a curarlo e trasmetterlo a chi verrà dopo di noi».

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