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La fantascienza nel salotto della letteratura, Philip K. Dick mette lo smoking e diventa un classico

Risulta ironico - e profondamente dickiano - vedere Philip K. Dick entrare nei Meridiani Mondadori. Lo scrittore che ha passato la vita a sabotare la realtà, a diffidare delle istituzioni, a immaginare governi paralleli e universi contraffatti, oggi è canonizzato. Due volumi, oltre tremila pagine, carta sottile, cofanetto elegante: la consacrazione definitiva. La fantascienza non…
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Risulta ironico – e profondamente dickiano – vedere Philip K. Dick entrare nei Meridiani Mondadori. Lo scrittore che ha passato la vita a sabotare la realtà, a diffidare delle istituzioni, a immaginare governi paralleli e universi contraffatti, oggi è canonizzato. Due volumi, oltre tremila pagine, carta sottile, cofanetto elegante: la consacrazione definitiva.

La fantascienza non è più il genere che si nasconde negli scaffali laterali. È diventata letteratura con la L maiuscola. E Dick è diventato un classico. La sensazione, sfogliando queste Opere scelte, è però tutt’altro che museale. Dick non si lascia imbalsamare. Le sue frasi restano nervose, tremanti, piene di crepe. I suoi personaggi continuano a dubitare di tutto: del tempo, dello spazio, della propria identità. È come se il Meridiano fosse un contenitore troppo stabile per un autore che ha fatto dell’instabilità la sua unica legge. Dentro il volume scorrono romanzi che hanno cambiato l’immaginario contemporaneo. Da L’uomo nell’alto castello a Ubik, da Ma gli androidi sognano pecore elettriche? — matrice di Blade Runner — fino alla trilogia mistica di Valis. È un percorso che parte dall’ucronia politica e arriva alla teologia visionaria, attraversando droghe, simulacri, poliziotti che piangono, androidi più umani degli umani.

Dietro questa consacrazione c’è anche una piccola storia personale. Il Meridiano è stato curato da Emanuele Trevi insieme a Paolo Parisi Presicce. Trevi ha raccontato di aver letto Dick da ragazzo, a scuola, e di aver preso persino una nota per quella passione considerata poco ortodossa. È una parabola quasi perfetta: ciò che era percepito come deviazione diventa canone. Tra gli innamorati persi di Dick c’è da sempre anche Emmanuel Carrère, che ne ha riconosciuto la grandezza letteraria ben oltre i confini del genere. Un destino singolare quello dell’americano: essere adottato dagli scrittori prima ancora che dai professori, amato come un autore segreto prima di essere proclamato immortale.

La realtà, genere letterario

Il perno dell’opera di Dick è una domanda che oggi suona quasi banale, tanto è diventata quotidiana: che cos’è reale? Ma quando lui la poneva, negli anni Sessanta e Settanta, non c’erano i social network, le deepfake, l’intelligenza artificiale generativa. C’era la Guerra fredda, la paranoia atomica, l’Lsd, la televisione come nuova divinità domestica. Dick prendeva tutto questo e lo trasformava in narrativa instabile. Nei suoi romanzi la realtà è sempre un set che può essere smontato. Il mondo può rivelarsi una messinscena. Il tempo può essere un trucco.

L’identità può essere un errore di sistema. Eppure non c’è mai compiacimento teorico: c’è angoscia, spesso anche ironia. I suoi protagonisti non sono eroi epici, ma uomini medi, impiegati, tossicodipendenti, poliziotti smarriti. La vertigine metafisica passa attraverso la vita quotidiana. È questo che rende Dick così contemporaneo. In un’epoca in cui discutiamo di realtà virtuale e metaverso, i suoi libri sembrano reportage anticipati. Ma la loro forza non sta nella previsione tecnologica: sta nella vulnerabilità umana. Gli androidi di Dick fanno paura non perché sono macchine, ma perché desiderano. Perché soffrono. Perché, in fondo, sono più empatici dei loro creatori.

Un classico irregolare

La canonizzazione nei Meridiani è anche un gesto culturale preciso: riconoscere che la fantascienza ha saputo raccontare il Novecento meglio di molta narrativa realista. Dick non descriveva il presente: lo deformava fino a farlo esplodere. E in quell’esplosione si vedevano le crepe del capitalismo, della fede, della politica. C’è un passaggio implicito in questa edizione che colpisce più di altri: Dick non è più solo uno scrittore «di culto». È un autore centrale. Non appartiene più a una nicchia di appassionati, ma a un canone condiviso. È un’operazione che ricorda quanto accaduto con Kafka o Borges: scrittori che hanno trasformato l’inquietudine in forma letteraria.

Eppure Dick resta inafferrabile. Anche dentro un cofanetto elegante, continua a sfuggire. Quando entra nella dimensione religiosa, lo fa in modo perturbante: Dio come segnale radio, la salvezza come glitch cosmico, la rivelazione come cortocircuito. Leggere oggi queste Opere scelte significa fare i conti con un autore che ha raccontato la nostra ossessione per l’autenticità molto prima che diventasse un hashtag. Significa accettare che la realtà non è un dato stabile, ma un campo di battaglia. Il Meridiano lo consacra, ma non lo addomestica. Ed è forse questo il segno più evidente della sua grandezza: anche trasformato in classico, Philip K. Dick continua a sembrarci pericoloso.

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