Gli oggetti non parlano, ma ricordano. Conservano impronte, silenzi, vite che chi le ha possedute preferirebbe talvolta dimenticare. Da questa intuizione nasce “Il sole nelle pozzanghere” (Einaudi), il nuovo romanzo di Matteo Bussola. Al centro c’è il signor Pi, un rigattiere capace di ascoltare gli oggetti abbandonati e, attraverso di loro, le ferite delle persone.
Un libro sulle seconde possibilità, ma senza l’ottimismo obbligatorio della resilienza: non tutto si aggiusta, non ogni crepa diventa oro. Bussola sarà oggi a Bari, alle 21.30, al Fortino Sant’Antonio, ospite di Lungomare di Libri: dialogherà con Mary de Gennaro.
Bussola, nel romanzo lei scrive che dirigere la propria attenzione verso qualcuno è un atto d’amore. In un tempo che ci spinge a consumare velocemente persone e sentimenti, abbiamo disimparato ad amare perché abbiamo disimparato a guardare?
«Lo sguardo di chi ci ama ci contiene. Ci tiene, letteralmente, insieme. Una donna che sta con un uomo da cinquant’anni, quando lo guarda, non vede soltanto l’uomo di settant’anni che ha davanti oggi, ma anche il ragazzo di vent’anni di cui si è innamorata cinquant’anni prima, l’uomo di trentacinque alle prese con le prime difficoltà sul lavoro, quello di cinquanta alle prese con i primi seri problemi di salute, e così via. I modi in cui guardiamo gli altri servono a dare loro realtà, a restituire verità e consistenza. In questo tempo distratto e veloce, in cui abbiamo pensato che le persone si potessero avvicinare tenendole sempre più a distanza – attraverso la comunicazione social, WhatsApp e chi più ne ha – mi sembra che spesso questa autenticità dello sguardo venga a mancare».
Il signor Pi «ripara» gli oggetti e, attraverso loro, le persone. Ma per molto tempo non riesce a fare i conti con la propria ferita. La cura degli altri può diventare un modo per sfuggire a sé stessi?
«No. Prendersi cura degli altri è, invece, un modo per prendersi cura pure di sé stessi. Per dare legittimità anche al proprio dolore. Per imparare a perdonarsi, forse».
Il signor Pi diffida del kintsugi e dell’idea che ogni ferita debba trasformarsi in una lezione. È anche una critica alla retorica della resilienza che ci chiede di trovare sempre un senso al dolore?
«Resilienza è una parola che non amo. Avrebbe un significato bellissimo, ma, a forza di usarla a sproposito, abbiamo finito per banalizzarla e svuotarla di senso. La stessa cosa è accaduta con il kintsugi: il signor Pi non ha nulla contro la pratica giapponese di incollare le cose rotte riempiendo le crepe con una vernice dorata, per evidenziarne la capacità di rinascere e il diritto di esistere nonostante le cicatrici. Non ha nulla contro il diritto di esistere, naturalmente, e men che meno contro le cicatrici, ma lo infastidiscono l’esibizione della fragilità, l’incipriatura della ferita, l’estetizzazione del dolore. E, alla sua età, sa che ci sono troppe circostanze in cui le fratture non sono ricomponibili e i cocci restano cocci e basta».
Nel libro i giovani amano con un’immediatezza che gli adulti sembrano aver perduto. Sono davvero loro a non conoscere l’amore, oppure siamo noi adulti ad averne dimenticato il coraggio?
«I ragazzi amano con l’avventatezza e, però, con la verità delle prime volte, e accettano il rischio di schiantarsi di faccia. Gli adulti amano troppo spesso con il freno a mano tirato, per paura di poter essere feriti ancora. Sarebbe bello immaginare di poter insegnare ai ragazzi e alle ragazze a proteggersi un pochino di più, e agli adulti a farlo un pochino di meno».
Il suo protagonista viene considerato un eroe per aver salvato due persone da un incendio, ma vive con il dubbio di esserne stato anche la causa. Come si può convivere con una colpa mai dimostrata, ma impossibile da dimenticare?
«Forse non si può. Ciascuno di noi ha cose – anche senza tirare in ballo esperienze tragiche – che non riesce a perdonarsi: una verità detta nel momento sbagliato, una risposta che ha allontanato un amico, un torto, magari collaterale, inferto a qualcuno che non lo meritava. Ciascuno fa i conti con i propri fantasmi».
Se oggi dovesse entrare nel negozio del signor Pi e affidargli una sola cosa della sua vita, quale sceglierebbe? E quale verità su Matteo Bussola avrebbe paura che quell’oggetto gli raccontasse?
«Gli affiderei probabilmente il mio pc, vecchio di vent’anni, lentissimo e pieno di virus, sul quale ancora oggi scrivo tutti i miei romanzi con Word 98. Potrebbe raccontarne diverse sul sottoscritto, comprese tutte le suggestioni e tutti gli spunti di storie di là da venire».
