La risposta dello Stato alla criminalità organizzata nel Salento arriva con una sentenza storica che ridisegna i confini della giustizia locale. Il maxiprocesso abbreviato, scaturito dalle imponenti operazioni antimafia denominate Sud-Est e Lockdown, si è chiuso con un verdetto pesante pronunciato dal giudice dell’udienza preliminare Stefano Sala.
Centoventotto condanne per un totale di ottocentocinquantadue anni di carcere rappresentano il bilancio di un’offensiva che ha disarticolato i clan della Sacra Corona Unita attivi tra le province di Lecce e Brindisi, a fronte di diciassette assoluzioni piene e una serie di sanzioni pecuniarie complessive che sfiorano il milione e duecentomila euro.
La struttura ramificata
L’inchiesta ha svelato la fitta rete del clan guidato dal boss Antonio Marco Penza che, insieme a Santo Gagliardi, riusciva a impartire ordini persino dal carcere. Le indagini condotte dai carabinieri hanno ricostruito una struttura ramificata dedita al traffico internazionale di droga, capace di dialogare con la ‘ndrangheta calabrese e con fornitori in Spagna e Albania. Un ruolo chiave in questa rete criminale è stato giocato dall’uso di sofisticate chat criptate su canali blindati, attraverso le quali gli indagati coordinavano spedizioni e affari illeciti senza timore di essere intercettati, prima che gli inquirenti riuscissero a decrittare i loro messaggi.
Il risarcimento
In questo scenario di riscatto spicca la scelta della Provincia di Lecce, unico ente locale a costituirsi parte civile nel processo per difendere l’immagine e la dignità del territorio salentino. Il tribunale ha riconosciuto all’ente un risarcimento di ben 460mila euro a titolo di ristoro per i danni d’immagine. Il presidente Fabio Tarantino ha annunciato che queste risorse saranno interamente destinate a progetti educativi sulla legalità all’interno delle scuole e a iniziative di cittadinanza attiva nei quartieri più fragili, trasformando il denaro sottratto alla mafia in uno strumento di profondo e reale riscatto sociale.
