Da oggi fino a domenica piazza della Libertà torna a ospitare «Un’emozione chiamata libro», il festival fondato oltre trent’anni fa dalla giornalista Anna Maria Mori e promosso dal Comune di Ostuni. Tre giornate di incontri, presentazioni, confronti e spettacoli dedicate quest’anno al tema dei «Visionari», con la direzione artistica affidata alla scrittrice Gabriella Genisi. Stasera la serata inaugurale si muoverà tra il racconto della Puglia attraverso le produzioni cinematografiche e televisive, il nuovo libro di Claudia de Lillo e, alle 22.45, l’incontro «I visionari della politica tra passato e presente». Filippo Ceccarelli dialogherà con Maddalena Tulanti in una conversazione sul potere italiano, sulle sue trasformazioni e sulle figure che hanno attraversato la storia politica e civile del Paese.
Il titolo dell’incontro parla di «visionari della politica». È davvero finita la stagione dei leader capaci di immaginare il futuro o siamo noi ad aver perso la capacità di riconoscerli?
«Credo che la grande stagione visionaria d’Italia sia, al momento, finita; e credo anche che di questa fine faccia parte la nostra incapacità di riconoscere qualche eventuale, molto eventuale, visionario. Si vive immersi nel tempo di mezzo degli spot commerciali, del talk-show, dei video e delle card sui social, è il presente assoluto, eternizzato, eppure fuggevole. Nel vuoto degli ideali e nel deserto dei progetti, l’immaginazione dei governanti non arriva a scavalcare la settimana. Ma in tutti domina la sfiducia, lo scetticismo, la corsa veloce, ma con il fiato corto. L’ultimo grande visionario, molto a suo modo, molto più per se stesso che per gli altri, in ogni caso capace di pensare in grande, anche troppo, è stato Berlusconi: il vero e proprio culto che sia pure con mille contraddizioni gli viene tributato da morto, oltre a tenersi buono il suo fantasma, si spiega con questa mancanza di visionari in circolazione».
Lei ha raccontato da vicino quasi mezzo secolo di potere italiano. Qual è il cambiamento più radicale che ha osservato nel modo in cui la politica costruisce il consenso?
«Direi l’accelerazione tecnologica che ha preso il sopravvento proprio quando si esaurivano le culture politiche e andavano estinguendosi le grandi narrazioni collettive del secolo scorso, le quali presupponevano un impegno politico ed esistenziale quasi religioso. In questo senso la tecnica si è rivelata radicale, prepotente, senza guardarsi mai indietro. Il grande avvicendamento che ha messo ai margini la carta stampata a favore della tv e poi della rete ha portato al superamento della democrazia rappresentativa. Che cosa l’abbia sostituita è presto per dire, ma certo non lascia spazio ai visionari, concentrandosi semmai su una formula vuota e pappagallesca, “vision”, che fiorisce sulla bocca di qualsiasi politicante. Di sicuro si è persa la profondità del discorso pubblico, il consenso è superficiale, effimero, ambiguo e, per quel poco che si esprime, in un tempo necessariamente polarizzato ha mutuato le modalità del tifo».
La Prima Repubblica aveva molti difetti, ma esprimeva classi dirigenti dotate di una forte cultura politica. Oggi prevalgono invece figure costruite soprattutto sul piano mediatico?
«“La Prima Repubblica non si scorda mai”, come nel ritornello di Zalone che imitava Celentano. In definitiva i cattolici, i marxisti, i fascisti, in qualche modo anche i liberali inseguivano in vita valori, sentimenti e idoli che avevano un senso e che meritavano una passione anche dopo la morte: il Paradiso, il Socialismo, la Patria, la Libertà. Un’idea di futuro che andava al di là della loro stessa esistenza individuale. Il collasso della parola rispetto all’immagine, la politica visuale e istantanea schiaccia tutto sull’istante, appunto. Ci si affida a professionisti-mercenari che aggiustano il tiro giorno per giorno. Però si vede a occhio nudo che è tutto finto, anche se l’aggettivo “mediatico” e il mestiere di “social media manager” suonano più presentabili. Queste mutazioni tendono a fare degli uomini e delle donne al comando o aspiranti dei puri soggetti apparenti, corpi in visione alla partita del cuore o alla tre giorni del Generale, profili molto simili a quelli che si otterrebbero con l’AI, involucri climatizzati per non dire scatole vuote».
Nel suo lavoro il potere si rivela attraverso gesti, tic, rituali, linguaggio e simboli. I social hanno reso questi segnali ancora più evidenti oppure li hanno appiattiti in una comunicazione continua?
«Tutte e due le cose. O meglio: da un lato la comunicazione a ripetizione, spasmodica e superficiale, crea appiattimento e omologazione; dall’altro si può notare che al massimo dell’evoluzione tecnologica, all’interno degli schermi soprattutto, ma più in generale nei comportamenti riemergono modalità espressive molto antiche, quasi arcaiche, comunque pre-democratiche. La monarchia, per dire, l’idea che risolvere i problemi occorrano l’uomo o la donna soli al comando, o i vincoli del sangue, la fisicità, i giuramenti, le fiaccolate, i richiami a Dio, i predicatori, la politica estera come Temptation Island».
Ha citato prima Berlusconi, a cui ha dedicato un libro, una figura che ha trasformato il rapporto tra politica, televisione e spettacolo. Quanto della politica contemporanea continua a essere figlio di quella svolta?
«Moltissimo. B. non ha combinato granché in termini di realizzazioni, la patente a punti, l’abolizione dell’Ici, ma ha trasformato definitivamente l’arte e le forme del potere. È vero che più si invecchia e più si diventa borbottoni. Ma dopo Silvione, che almeno era cortese, educato e qualcosa in vita aveva combinato, sono arrivati politici senz’altro peggiori di lui. Il sospetto è che, dopo i democristiani e Berlusconi, tra una ventina d’anni rivaluteremo anche questi qui perché, come si dice, al peggio non c’è mai fine, ma intanto qui stiamo».
C’è un tratto antropologico del potere italiano che, nonostante il cambiamento dei partiti e dei leader, è rimasto immutato dagli anni Settanta a oggi?
«Sì, certo, grazie a Dio. L’italianità, per quanto o proprio perché entità sfuggente e contraddittoria, è una risorsa eccezionale per chi si occupa di queste cose che sono tendenzialmente noiose. Io credo e spero che resti sempre più forte e stabile di ogni passaggio storico. Gli italiani, quindi anche i politici, sono tutto e il contrario di tutto, espressivi, furbi, ingenui, cialtroni, valorosi, bugiardi, romantici, megalomani e tante altre cose che ci vengono in mente quando dobbiamo maledirci e perdonarci, a volte nella stessa giornata. Il bello, come diceva Montanelli, è che “tra noi italiani ci conosciamo”. Siamo, come ho letto su Instagram, “una matassa di sfrantumati”. Ma vuoi mettere con la noia?»
