La giornalista ed autrice televisiva tarantina Valentina Petrini è stata la seconda ospite del festival «Pragmatica», per presentare il suo libro Il prezzo della libertà (Solferino). «Pragmatica», giunta alla sesta edizione, quest’anno affronta la tematica dei diritti, tra fragilità e opportunità. Nel romanzo, Petrini racconta la storia di due donne, Sibilla e Anna, che appartengono a generazioni ma anche classi sociali differenti. E la stessa malattia terminale di cui sono vittime viene affrontata in maniera diametralmente opposta. Un’occasione per riflettere sul percorso del tema fine vita in Italia e ripercorrere gli ultimi anni.
Qual è la sua opinione sul dibattito istituzionale di queste settimane sul ddl di fine vita, e la difficoltà delle istituzioni di dare una risposta ai cittadini su questo tema?
«Mi verrebbe da dire, quale dibattito? In realtà continua a non esserci nessun dibattito pubblico, politico, aperto, trasparente, in Parlamento. Le forze politiche non hanno il coraggio di confrontarsi con la cittadinanza. Quando la Camera e il Senato calendarizzano un dibattito pubblico su un tema di interesse sociale, viene registrato e trasmesso, rimanendo agli atti. Se ci fosse stato un dibattito pubblico, trasparente, reale, la popolazione avrebbe potuto anche maturare una consapevolezza delle posizioni dei diversi partiti. Invece l’ennesimo sterile dibattito su una legge giusta sul fine vita è avvenuta nelle Commissioni, in particolare al Senato».
E mi sembra di capire che ciò è deludente?
«Si è visto l’ennesimo gioco politico che ha portato di fatto ad affossare, ancora una volta, per questa legislatura, l’opportunità per l’Italia di essere un paese civile, all’avanguardia, rispettoso della sua Costituzione. I partiti, soprattutto quelli della maggioranza di governo, hanno lavorato per affossare il ddl Bazoli, disegno di legge che aveva cercato di mettere insieme le diverse posizioni, per varare finalmente una legge sul fine vita. Il governo, attraverso le parole della premier Giorgia Meloni, ha detto di non essere direttamente interessato e di avere lasciato la parola al Parlamento».
È andata in questo modo, secondo lei?
«Di fatto non è stato così, perché la premier ha ribadito che secondo lei non esiste alcun dovere dello stato a garantire il suicidio ai malati terminali o a chi lo chiede, e quindi di conseguenza non esiste neanche un diritto della persona, nel rivendicare la decisione sugli ultimi giorni della sua vita. Questo è il quadro in cui in Italia continua, da Englaro in poi, il dibattito tra chi decide sui nostri corpi. La Costituzione sancisce il diritto alla libertà di scelta sulla cura, a sottrarsi all’accanimento terapeutico, e le diverse sentenze della Corte Costituzionale riconoscono l’esistenza di un diritto all’aiuto alla morte volontaria».
Un dibattito, dunque, che si interseca con tutti gli altri che hanno riguardato i diritti civili in Italia. Ha rispettato gli stessi standard?
«Siamo in presenza di un Parlamento e dell’ennesimo governo che disattende quelle che sono le norme costituzionali dello stato e impedisce ai suoi cittadini e cittadine di scegliere liberamente sui propri corpi. Bisogna dirlo chiaramente a tutti loro: il fatto che venga negato il diritto di scegliere sugli ultimi giorni della nostra vita, significa che tutti i diritti civili sono interpretati come diritti limitati. Cioè la parola libertà è declinata diversamente a seconda dei soggetti politici che governano e la interpretano. E questo è pericolosissimo».
Qual è il ruolo che possono avere iniziative culturali, come il festival «Pragmatica»?
«Festival come “Pragmatica” hanno importanza esistenziale. Gli incontri intorno alle tematiche che pongono al centro del dibattito libri, saggi, narrativa, pubblicata in Italia, creano consapevolezza e cultura. Storicamente e scientificamente abbiamo milioni di dati che ci dimostrano che senza consapevolezza e cultura, l’umanità non può maturare la decisione se rivendicare o meno dei diritti. Questi momenti di incontro, che stanno assumendo sempre più centralità in Italia, e la Puglia è leader da questo punto di vista, sono fondamentali perché sono momenti in cui, al di là della polarizzazione di social network e media tv, si crea incontro, confronto, dibattito e ascolto, lenti senza discriminare la complessità a favore di semplificazioni. Aggiungo che Il prezzo della libertà può vivere solo grazie a questi festival e ai loro direttori e direttrici, perché è un libro che pone delle questioni spesso censurate in televisione, che non hanno lo stesso spazio di altre tematiche. I libri hanno bisogno di essere conosciuti per essere scelti e comprati, perché senza la diffusione gli editori tenderanno a essere meno coraggiosi e a investire meno su questi prodotti. I festival oltre a essere coraggiosi, hanno un ruolo di scouting, nell’andare alla ricerca di scrittori che meritano di essere conosciuti e avere la possibilità di emergere».
