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Via al tour “Infinito – Estate 2026”, Raf: «Sono ancora un ragazzo romantico ma più consapevole» – L’INTERVISTA

L’artista si racconta alla vigilia del nuovo album e del tour “Infinito – Estate 2026”, che partirà il 16 luglio dal Multiculturita Summer Festival

Via al tour “Infinito – Estate 2026”, Raf: «Sono ancora un ragazzo romantico ma più consapevole» – L’INTERVISTA

Undici anni sono un tempo enorme, oggi, per aspettare un disco. Eppure, in un’epoca che consuma le canzoni come video su TikTok, in fretta, senza sedimentazione, spesso senza arrivare alla fine, Raf ha scelto di prendersi il suo tempo. Alle porte del nuovo album e del tour estivo «Infinito – Estate 2026», che partirà il 16 luglio dal Multiculturita Summer Festival di Capurso, racconta la musica, la nostalgia, la Puglia che continua a chiamare casa, la timidezza che non lo ha mai abbandonato e quella frase che forse più di ogni altra racconta l’uomo oltre l’artista: «Vivo felicemente con le mie imperfezioni».

Partirei chiedendole come sta. Che periodo è questo per Raf?

«Sto cercando di chiudere un album di inediti che uscirà a settembre, dopo undici anni. In questo tempo ho provato tante volte a pubblicare un disco, ma ogni volta mi fermavo. Sentivo di non appartenere più alla dimensione in cui oggi nasce e viene consumata la musica. Non è una critica ai giovani artisti, ce ne sono di bravissimi. È proprio il modo in cui oggi la musica viene ascoltata che mi è estraneo».

Da bambino ascoltavo i suoi dischi perché me li faceva sentire mia madre. Oggi mi sembra che quel rapporto quasi fisico con un album sia sparito.

«La musica è sempre stata legata ai prodotti attraverso cui veniva diffusa. Quando c’erano i vinili mettevi il disco sul piatto, la puntina, e ascoltavi tutte le tracce. Non c’erano altre distrazioni, ti prendevi quel tempo. E anche chi faceva musica sapeva che quello era il modo in cui sarebbe stata ascoltata. Oggi tutto finisce dentro un grande contenitore digitale. Io ascolto Spotify per comodità, certo, ma continuo a preferire un disco sul giradischi. Quello che secondo me è il male assoluto è il modo in cui oggi si determina un successo: un tormentone che arriva da TikTok, una canzone che vive trenta o quaranta secondi. Quando la sintesi diventa estrema e tutto deve essere immediato, euforico, si rischia di perdere la profondità, l’anima di quello che un artista può creare. E questo vale per la musica, ma anche per il cinema e per tutte le arti».

Giovedì apre il suo tour estivo dalla Puglia. Che effetto le fa tornare a casa?

«Lì ho vissuto i miei primi diciassette anni. Tornare in Puglia per me non è semplicemente tornare in un posto. È qualcosa che mi porto dentro. Mi risveglia cose che fanno parte del mio Dna. È come rientrare nel ventre materno. Non c’è un altro luogo che mi dà quella sensazione di conforto».

E in questi anni si è ritrovato ad avere anche una squadra di musicisti pugliesi intorno a lei.

«È successo per caso. Io li chiamo “i terroni”, naturalmente in modo affettuoso. Ci prendiamo in giro continuamente».

Nel nuovo singolo, «Pazzi stupidi ragazzi», canta di due persone che continuano a rincorrersi nonostante tutto. Lei, oggi, chi sta ancora rincorrendo?

«Forse me stesso. Mi seguo a distanza, cerco di guardarmi anche da fuori per capire dove posso correggermi. Non soltanto per me, ma anche nei rapporti con le persone che amo: mia moglie, gli amici, la famiglia».

Sente di conoscersi bene?

«Abbastanza da sapere che ho tanti difetti. Sono estremamente timido, anche se ci ho lavorato per tutta la vita. A volte sono nervoso, a volte anche permaloso. Però mia moglie dice una cosa che condivido: vivo felicemente con le mie imperfezioni. Non mi piacerebbe non avere difetti. Sai che noia?».

Lei ha scritto «Infinito», una delle canzoni d’amore più importanti del pop italiano. Oggi scriverebbe ancora quella canzone?

«Sì. Anche se Infinito non era autobiografica. Era una storia che mi affascinava: due persone che continuano ad appartenersi nonostante il tempo, le distanze, tutto quello che succede nella vita. È lo stesso tema che ritorna anche in Pazzi stupidi ragazzi. Sono sempre stato affascinato da questi amori che sembrano finiti ma in realtà non finiscono mai. Sono un romantico».

Oggi ogni tanto scrive anche con suo figlio Samuele. C’è stato un momento in cui si è accorto che era lui a insegnare qualcosa a lei?

«Si impara sempre. Anche da un figlio. A volte noi genitori abbiamo difficoltà ad accettare di imparare da qualcuno più giovane, ma bisogna farlo. Lui ha una mente creativa, si occupa anche di cinema. Ogni tanto mi propone qualcosa, il più delle volte non mi interessa, altre mi incurioscisce (ride, ndr) Mi ha fatto conoscere artisti che probabilmente sarebbero passati sotto il mio radar. Mi ricordo quando mi fece ascoltare Thasup: mi disse “questo è forte”. Aveva ragione».

L’ultimo Sanremo l’ha vissuto con una canzone scritta proprio con suo figlio.

«È stato l’unico Sanremo che ho vissuto bene. Quelli del passato erano sempre accompagnati da stress, nervosismo, paura. La gara non mi ha mai interessato. La musica è musica, non capisco perché debba diventare una competizione. È difficile mettere insieme generi diversi e giudicarli come se fossero tutti la stessa cosa. E poi spesso le canzoni che diventano grandi successi a Sanremo non sono quelle che hanno vinto».

Negli ultimi tempi è tornato al centro del dibattito il ruolo pubblico degli artisti: se chi ha milioni di persone che lo ascoltano debba usare quella visibilità anche per esprimersi sui temi sociali e politici. Lei che ne pensa?

«Un cantante è anche una persona. Se sente di dover dire qualcosa, perché non dovrebbe farlo? Non credo che un artista debba parlare solo attraverso le canzoni. Ho sempre stimato De Gregori, ma quando ha criticato Springsteen per essersi esposto politicamente non l’ho capito. Springsteen ha messo la sua popolarità al servizio di un pensiero, assumendosi anche il rischio di diventare antipatico a qualcuno. Questo per me è importante. Poi uno può essere d’accordo o meno con quello che dice, ma il diritto di esprimersi deve esserci».

Le sue canzoni sono spesso attraversate dalla nostalgia. Che rapporto ha oggi con questo sentimento?

«Mi piace la nostalgia quando è un ricordo bello, qualcosa che vuoi conservare perché non vuoi che vada perso. Non mi piace invece quella nostalgia che ti fa desiderare disperatamente un passato che non c’è più. Quella diventa tristezza. Essere nostalgici va bene. Essere patetici, no».