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Trumpismo, Di Bella: «Con l’America che guarda a sé stessa l’Europa deve imparare a crescere» – L’INTERVISTA

Il trumpismo non nasce dal nulla. Per Antonio Di Bella, uno dei più autorevoli osservatori italiani della politica americana, l’era di Donald Trump affonda le radici nella lunga storia delle presidenze statunitensi. Lo racconta nel libro Gli zar della Casa Bianca. Come i presidenti del passato aiutano a capire l’America di Trump (Solferino), che oggi…
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L’intervista della domenica. Antonio Di Bella giornalista e conduttore televisivo

Il trumpismo non nasce dal nulla. Per Antonio Di Bella, uno dei più autorevoli osservatori italiani della politica americana, l’era di Donald Trump affonda le radici nella lunga storia delle presidenze statunitensi. Lo racconta nel libro Gli zar della Casa Bianca. Come i presidenti del passato aiutano a capire l’America di Trump (Solferino), che oggi alle 11 sarà presentato al Teatrino del Convitto Palmieri di Lecce nell’ambito della rassegna «Nel frattempo – Conversazioni sul futuro». Con lui abbiamo ripercorso i nodi del suo saggio: dalla tradizione delle presidenze «imperiali» al rapporto con le élite, fino alle trasformazioni geopolitiche dell’Occidente.

Nel suo libro lei parte da una tesi: Trump non è un unicum.

«Dobbiamo evitare l’idea semplicistica che l’America fosse una sorta di paradiso democratico distrutto improvvisamente da un orco cattivo chiamato Donald Trump. Studiando la storia americana, si scopre che ci sono stati diversi momenti in cui la presidenza ha assunto tratti autocratici o imperiali, sia sotto presidenti repubblicani sia democratici. In varie fasi i diritti del Congresso sono stati compressi e le libertà individuali ridotte. La democrazia americana è sempre stata una battaglia continua tra autocrazia e democrazia. Non è dunque un fenomeno completamente nuovo, ma una ripresa di elementi profondi della società americana».

Trump è più figlio di questa tradizione americana o della crisi contemporanea dell’Occidente?

«Direi che è soprattutto figlio di una parte della storia americana. Noi europei siamo abituati a pensare agli Stati Uniti come alla grande terra dell’immigrazione, ma nella loro storia ci sono stati anche periodi di discriminazione molto dura. Gli italiani, ad esempio, sono stati vittime di veri e propri pogrom; lo stesso è accaduto agli irlandesi, osteggiati perché cattolici. L’apertura all’immigrazione si è alternata a momenti di chiusura feroce. Oggi stiamo vivendo una nuova ondata di riflusso anti-immigratorio. Non parlerei tanto di crisi dell’Occidente, quanto piuttosto di una frattura tra America ed Europa. Esistono ormai due Occidenti: quello americano, sempre più concentrato sul proprio emisfero, e quello europeo, che si scopre più fragile e deve imparare a prendere in mano il proprio destino. Gli americani usano una battuta efficace: l’Europa è come un venticinquenne che vive ancora a casa con la mamma e che deve imparare a crescere».

Nixon è forse il precedente più moderno di Trump, anti-élite, anti-media, ostile alle università?

«Tra Nixon e Trump esistono molte analogie. Nixon aveva due grandi nemici: il mondo universitario, che sentiva ostile, e le élite dei grandi giornali, in particolare il Washington Post. Trump ha vissuto qualcosa di simile. Pur essendo ricchissimo, è sempre stato percepito come un outsider: un uomo con l’accento del Queens, disprezzato dall’élite di Manhattan. Anche le grandi università lo hanno guardato con sufficienza. Da qui nasce la sua narrazione politica: l’uomo del popolo contro le élite liberali, contro le università e contro i grandi giornali. Questa retorica ha avuto presa su ampi strati della società che si sentono disprezzati più che oppressi dalle élite. La differenza rispetto a Nixon sta nei nuovi media. Trump può parlare direttamente al suo pubblico attraverso i social, scavalcando i giornali. Tuttavia la battaglia con i media tradizionali non è finita. Anzi, continua anche sul piano economico e politico: basti pensare ai conflitti e ai rapporti di forza che mantiene con i grandi gruppi editoriali e televisivi».

Siamo dentro una democrazia populista o siamo già entrati in una cultura politica post-liberale?

«Un intellettuale della destra italiana, Francesco Giubilei, ha definito il discorso di Trump a Davos come l’apertura di una società post-liberale. In effetti c’è qualcosa di vero. Trump mette in discussione l’ordine internazionale costruito nel dopoguerra da Truman: le grandi organizzazioni multilaterali, l’ONU, gli accordi commerciali globali. La sua visione è quella di una politica di potenza tra grandi Stati, dagli Stati Uniti alla Cina. Personalmente ritengo questa impostazione inefficiente oltre che pericolosa. La forza americana non è stata solo militare, ma anche morale e politica. Come diceva Biden, governare con la forza dell’esempio e non con l’esempio della forza. Se gli Stati Uniti vogliono affrontare la sfida con la Cina, devono mantenere l’alleanza con le altre democrazie: l’Europa, il Giappone, il Canada, l’Australia. È la rete che ha sostenuto la leadership americana per decenni».

Nel libro compare anche una nuova élite: quella tecnologica della Silicon Valley vicina a Trump. È qui che nasce il trumpismo del futuro?

«È uno degli aspetti più inquietanti del fenomeno. I grandi oligarchi della Silicon Valley, che un tempo sostenevano i democratici, oggi si stanno spostando verso Trump. Ma al loro interno c’è una contraddizione evidente. I cosiddetti tecnomaga hanno bisogno di immigrazione qualificata: ingegneri, informatici, ricercatori. Al contrario, l’ala paleomaga rappresentata da Steve Bannon vorrebbe riservare tutti i lavori qualificati agli americani. Lo scontro tra Elon Musk e Bannon su questo tema è stato molto esplicito. In un certo senso, gli interessi economici della Silicon Valley potrebbero persino temperare il suprematismo identitario del trumpismo, proprio perché queste aziende hanno bisogno di talenti globali».

Dopo aver scritto questo libro, ritiene che il trumpismo sia una fase o una nuova forma della politica americana destinata a durare?

«Per capirlo bisognerà aspettare i prossimi anni. Un primo segnale arriverà già dalle elezioni di Midterm: se i democratici riconquisteranno il Congresso, potrebbe iniziare la fase calante di Trump. Nel frattempo esistono già due possibili eredi politici. Da un lato J.D. Vance, che rappresenta la linea Maga più pura e isolazionista. Dall’altro Marco Rubio, più vicino alla tradizione neoconservatrice e favorevole a una politica di potenza globale. Molto dipenderà anche dai democratici: dovranno trovare un candidato capace di recuperare il voto popolare che si è spostato verso il trumpismo».

In questi giorni si è aperto un nuovo fronte di guerra con l’Iran. Che cosa cambia rispetto al passato?

«La novità è il metodo. In passato, ad esempio nella guerra in Iraq, l’amministrazione Bush aveva cercato un coordinamento: prima con il Congresso americano, poi con le Nazioni Unite e infine con gli alleati europei. Oggi Trump ha scavalcato tutto questo, ignorando il diritto internazionale e mettendo gli alleati davanti al fatto compiuto. È una scelta rischiosa anche per gli stessi Stati Uniti, che sono più forti dentro un sistema di alleanze che non da soli. Questo impone all’Europa e all’Italia una riflessione. L’Italia, nella sua storia, è stata un alleato leale degli Stati Uniti, ma non un alleato cieco. Già negli anni Sessanta il governo Moro si oppose all’uso delle basi NATO in Italia durante la crisi dei missili di Cuba. Quella tradizione di autonomia responsabile, soprattutto nel Mediterraneo, è una lezione che oggi torna di grande attualità».

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