Una fotoreporter è stata afferrata dallo zaino e scaraventata a terra da agenti di polizia mentre lavorava a Torino, in piazza Castello, durante le manifestazioni di venerdì 30 ottobre. Si chiama Giulia Gorla e ci ha raccontato in esclusiva, oltre che sui propri social, quanto accaduto: «Mentre stavo lavorando ho subito una violenza da parte della polizia. Sono stata afferrata dallo zaino, scaraventata a terra e immobilizzata».
Fondamentale per uscire dalla situazione di violenza sarebbe stato l’intervento di alcuni colleghi. «Nella colluttazione mi è stato strappato il microfono dalla camera e ho perso una scarpa: poi, mentre la cercavo per allontanarsi, un altro agente mi ha spinta facendomi cadere di nuovo. Sto bene, con un paio di contusioni, e ora sto organizzando e raccogliendo tutto il materiale per sporgere denuncia».
La giornata di proteste a Torino in piazza Castello
Questo venerdì Torino ha vissuto una giornata di sciopero generale contro il caro vita e il riarmo, con un corteo sindacale al mattino che ha portato in strada circa 30mila persone e uno spezzone guidato da Askatasuna, formato da circa 3mila manifestanti, arrivato fino alla Prefettura. Alle 18 in piazza Castello si sono ritrovate altre 3mila persone. Una parte dei manifestanti è entrata in via Roma e ha lanciato oggetti contro le forze dell’ordine, che sono avanzate costringendoli a ripiegare verso piazza Castello. Il bilancio fornito a fine giornata è di oltre 250 persone identificate, 11 accompagnate in Questura e 12 denunciate.
È in questo quadro che si inserisce l’episodio raccontato da Gorla, avvenuto subito dopo gli scontri di via Roma.
Il racconto della fotoreporter: la calma prima dell’aggressione
La fotoreporter descrive una situazione che nulla lasciava presagire: «Eravamo in piazza Castello, subito dopo gli scontri in via Roma, e in quel momento era una situazione molto tranquilla. Non c’erano dinamiche di scontro tra la polizia e i manifestanti». A conferma, spiega che all’inizio del video si vede come intorno a lei ci fossero altre persone, oltre ai colleghi: «C’erano proprio persone che erano lì e stavano osservando un po’ la situazione».
Gorla ha scattato alcune foto a un ragazzo che gli agenti avevano appena ammanettato. «Finito di scattare queste immagini mi sono sentita afferrare dallo zaino», racconta.
L’aggressione: afferrata, trascinata e immobilizzata
Il resoconto più duro è quello dei secondi successivi: «Il poliziotto che mi ha afferrato mi ha preso dallo zaino, mi ha tirato a terra, e mi ha trascinato verso gli altri poliziotti del gruppo, dove avevano atterrato quest’altro ragazzo. Ovviamente mi ha immobilizzato e mi è salito sopra».
Mentre era bloccata, la fotoreporter non ha smesso di far capire chi fosse: «Io continuavo a dire che ero una giornalista, avevo gli occhiali. Urlavo e facevo capire che non ero una manifestante». Ma le urla non sono servite.
A terra, la sua preoccupazione era per il materiale e per il viso: «Mentre ero a terra avevo la camera, cercavo di tenerla in alto e di tenere il viso il più alto possibile, perché ovviamente mi cercavano di premere sul suolo. Io avevo gli occhiali da vista e la mia paura era che mi si spaccassero stando con la faccia a terra».
Il microfono strappato e l’arrivo dei colleghi
In quei momenti concitati le è stato portato via il microfono: «In quel momento ho visto una mano che mi ha strappato via il microfono dalla camera. Non so se volessero prendermi la videocamera, comunque ho visto una mano che mi strappava quello e me lo portava via».
La situazione si è sbloccata solo con l’arrivo di alcuni colleghi: «Sono arrivati dei colleghi in mio soccorso, quindi i poliziotti mi hanno lasciato dalla presa». Su questo punto, è netta: «È stato solo grazie a questo intervento che sono stata rilasciata». Rivedendo il video, Gorla si è accorta di un dettaglio che in quel momento non aveva potuto vedere: «In realtà ce n’era anche uno dietro che mi teneva dallo zaino nel frattempo». Nella colluttazione ha perso anche una scarpa.
La seconda spinta e la scarpa riconsegnata
Quando si è rialzata, la fotoreporter ha protestato: «Inveivo perché ero stata presa volontariamente mentre lavoravo». Mentre cercava la scarpa per potersi allontanare, è arrivata una nuova spinta: «Questo altro poliziotto mi ha spinto con una mano e mi ha fatto di nuovo cadere sulla persona che era a terra». Il momento è stato ripreso: nell’ultimo frame del video si vede l’agente che la spintona mentre lei è intenta a cercare la scarpa.
Il ragazzo che stava girando il video è intervenuto chiedendo all’agente che cosa stesse facendo. La replica dell’agente, riferita da Gorla, è stata un’altra: «Si è giustificato dicendo che io gli ero andata addosso e che lui stava solamente camminando, ma nel video si vede palesemente che lui mi ha spinto e mi ha fatto cadere a terra di nuovo».
Poi la scena finale, quasi surreale. Gorla non trovava la scarpa finché un ragazzo le ha detto che l’avevano i poliziotti: «Ho fatto dieci metri senza una scarpa per andare di nuovo dal gruppo dei poliziotti, e ho chiesto: “Scusate, potete ridarmi la mia scarpa?”. All’inizio mi guardavano tutti un po’ alienati, poi è arrivato un poliziotto che mi ha tirato fuori la mia scarpa».
La denuncia e le condizioni di salute
Nel messaggio pubblicato dopo i fatti, Gorla chiede aiuto a chi ha assistito alla scena: «Se avete video, testimonianze o altro, scrivetemi. Ho bisogno di tutto il materiale per sporgere la denuncia». La fotoreporter sta infatti raccogliendo ogni elemento utile per le vie legali.
Dal punto di vista fisico, l’esito è stato meno grave di quanto potesse essere: «Fortunatamente sto bene, me la cavo con un paio di contusioni e la mia attrezzatura è salva, poteva finire molto peggio».
Giornalisti riconoscibili: una questione che non può restare aperta
Resta l’assurdità di quanto accaduto. Una persona con una videocamera in mano, il microfono montato e gli occhiali sul viso, che grida di essere una giornalista, finisce a terra con un agente sopra: un episodio che in una piazza, dove si lavora per raccontare ciò che succede, non dovrebbe accadere. Eppure accade, perché nei secondi più concitati di una serata di tensione la distinzione tra chi manifesta e chi documenta può trasformarsi in un equivoco pericoloso.
Da qui l’evidente necessità di rendere i giornalisti riconoscibili senza possibilità di fraintendimenti in situazioni come manifestazioni e proteste: segni distintivi chiari e condivisi, da concordare con le forze dell’ordine, che mettano al riparo chi lavora. A Gorla è andata bene, come riconosce lei stessa: ma in un’altra occasione, l’esito potrebbe essere ben più grave. Resta da ascoltare la versione delle forze dell’ordine sull’accaduto.
