Il Pentagono sta valutando un piano drastico per ritirare aerei, navi e fino a 40mila soldati statunitensi dall’Europa, dimezzando l’attuale contingente di 80mila uomini. Se attuato, si tratterebbe del più imponente disimpegno militare americano nel continente dalla fine della Guerra Fredda. I Paesi più penalizzati sarebbero Germania, Italia e Spagna, storici pilastri della presenza Usa, i cui governi si sono recentemente scontrati con l’amministrazione Trump. La raccomandazione finale arriverà al presidente a inizio novembre, ma il piano sta già creando una profonda spaccatura con gli alleati Nato. L’Europa denuncia infatti una minaccia russa in costante crescita, testimoniata dai recenti episodi di sabotaggio, come il tentato attacco con drone all’aeroporto di Lipsia o le incursioni aeree nei cieli di Lituania, Lettonia e Romania intercettate dai caccia alleati.
I governi europei chiedono che un eventuale disimpegno sia graduale. La Germania ha aumentato la spesa militare del 25% e il ministro della Difesa Boris Pistorius ha confermato la volontà degli europei di assumersi la responsabilità primaria della deterrenza. Tuttavia, serve tempo per colmare il divario in settori chiave oggi garantiti dagli Usa, come i missili a lungo raggio, la sorveglianza satellitare e il rifornimento in volo. Anche negli Stati Uniti le resistenze non mancano. Il Congresso ha già approvato paletti legali per impedire tagli sotto i 76mila soldati, e diversi esponenti repubblicani frenano, ricordando che non si può fare deterrenza contro Mosca risparmiando. Resta poi la spaccatura interna all’amministrazione, con il Dipartimento di Stato scettico su una scelta che rischia di indebolire l’asse atlantico.
