Donatella Rettore non vuole essere un’icona. Non perché rifiuti ciò che quella parola vorrebbe significare, ma perché la trova svuotata dall’uso. Troppo facile, troppo ferma, troppo poco Rettore. «Meglio essere un sogno, un mito, una leggenda», dice. In fondo è un buon punto da cui cominciare. Da quasi cinquant’anni proviamo a trovare una definizione capace di contenerla: provocatrice, anticipatrice, cantautrice, diva, femminista, irregolare. E lei continua a scappare dalla definizione successiva. «Io sono quella diversa. Sempre».
Rettore, ha detto che sarebbe brutto essere dimenticata. È una sua paura?
«Sarebbe brutto che mi dimenticassero, ma io non lo saprò mai, quindi non ci soffrirò. Ci sono tanti artisti che hanno fatto la storia della televisione, della musica, e che, una volta spariti, nessuno ricorda più. Persone dello spettacolo che guardavo da piccola, come Isabella Biagini. Pensavo: “Mamma, com’è bella, mi piacerebbe diventare bella come lei”».
Oggi preferisce essere definita «ispiratrice» anziché «icona». Che cosa non le piace della parola icona?
«È una parola stupida. Quando cominciavi a usare il computer ti dicevano: premi l’icona. E allora, se io sono un’icona, che cosa devono fare, premere me? Non so che cosa voglia dire. Ormai tutto è iconico. È una parola abusata. Meglio essere un sogno, un mito, una leggenda. Iconica per che cosa? Un simbolo di che cosa? Ci sono troppe icone».
Lei in passato ha detto: bisognava metaforicamente ammazzare Donatella per far vivere Rettore. Ha funzionato?
«Sì. Ma Donatella c’è sempre. Però Rettore è quella che sale sul palco, si mette la corona in testa, le scarpe strane…».
Donatella non lo farebbe?
«Donatella va in giro in pantaloncini perché deve prendere il sole, con i capelli raccolti, il mollettone».
Negli anni, quale delle due ha salvato l’altra?
«Si salvano reciprocamente».
Rettore ha mai fatto del male a Donatella?
«Sì, ma poi l’ha consolata».
In che modo si è fatta male?
«Ce ne sono parecchi. Non sono un’autolesionista, però qualche volta, involontariamente, mi gioco contro. Quando voglio dire per forza tutta la verità. Quando non riesco a frenare le mie crisi di rabbia. L’ira, ecco: uno dei sette peccati capitali. Poi però mi passa subito».
Che cosa riesce ancora a farla arrabbiare davvero?
«Tante cose. Stiamo andando troppo male come società. Non ci parliamo più. Questo oggetto con il quale io e lei stiamo parlando si usa e si abusa. Per strada sono tutti con le cuffiette, parlano da soli, fanno sentire i fatti propri, si arrabbiano. Vai al supermercato e senti una che parla al telefono mentre sceglie una mozzarella. Ma come ti permetti? Fammi concentrare, altrimenti mi dimentico quello che devo comprare (ride, ndr)».
Al supermercato la fermano spesso? Selfie, fotografie?
«Sì. Le persone si avvicinano, fanno un sorrisetto, magari tengono il telefonino nascosto dietro la schiena. Quelli che mi divertono di più sono i ragazzini maschi: mi guardano, mi riconoscono, parlano tra loro e poi rinunciano. Allora arriva l’amica del gruppo: lei non ha dubbi. “Dai, Rettore, ci facciamo un selfie?”. I maschi si bloccano. La vittoria della sfacciataggine femminile».
Ha raccontato che sua madre aveva concentrato su di lei aspettative enormi. Quale le è costato di più deludere?
«Quella di non essermi laureata. Però almeno mi hanno laureata dopo, honoris causa. Quindi, chissà se esista una vita oltre la vita, penso che mia madre adesso sia contenta».
Una delle sue prime grandi rivincite fu quasi paradossale: aveva successo fuori dall’Italia e a casa era ancora poco conosciuta. Le pesava?
«Mi avevano detto: “Guarda che tu sei un’emigrante”. E io dicevo a mia madre: “Va bene, però sono un’emigrante di lusso”. Tornavo a casa con le stecche di cioccolata, le sigarette per gli amici, il whisky perché costava meno. Alla frontiera non mi guardavano mai in valigia. Adesso sì, mi fermano sempre».
Quando finalmente arrivò il successo italiano con «Splendido splendente», provò felicità o anche una specie di rivincita?
«Era un periodo in cui non ero felicissima, perché la mia migliore amica, Dora Moroni, aveva avuto un incidente stradale con Corrado ed era rimasta in coma per molti mesi. Io l’ho sostituita al Rally Canoro del ’79 mentre lei era ricoverata. Andavo a trovarla tutti i giorni. Quando si svegliò e mi vide aveva i tubi in gola, era completamente rasata, e capì che le era successa una cosa molto brutta. Quando io ebbi successo con Splendido splendente, lei era ancora in fisioterapia per tornare a camminare, a parlare. Questa cosa mi faceva star male».
Moroni aveva anche portato a Sanremo una sua canzone.
«Sì, nel ’78 avevo scritto Ora, che lei portò al Festival. Poi, appena cominciato il tour, ci fu quell’incidente. Fu uno shock per me, per lei ma anche per Corrado».
Che uomo era Corrado?
«Un uomo meraviglioso. Soffriva tantissimo per quella cosa. Anche lui era rimasto con problemi al ginocchio e c’erano momenti in cui quasi non respirava dal dolore».
Per anni si è parlato dei suoi capelli, delle gambe, dei costumi, degli scandali. Se si fosse presentata vestita di nero con una chitarra, l’avrebbero chiamata prima “cantautrice”?
«In realtà ho fatto anche quello. Nei miei primi pezzi ero vestita di nero, con la chitarra, i capelli sciolti e poco trucco. Madonna se ero bella».
Lo sapeva?
«Non me ne accorgevo».
La bellezza è stata una spinta o qualcosa che ha pagato?
«Non ho mai contato su quello. Adesso me ne rendo conto, quando vedo le cose che rimandano in televisione penso. Però sicuramente questo mi rendeva simpatica, perché quelle belle che sanno di essere belle sono odiose».
Da una parte gli uomini potevano considerarla troppo libera, dall’altra dava fastidio anche a certe femministe perché era bionda, bella, provocante. Le è mai sembrato di non essere il tipo di donna giusto per nessuno?
«Certo. Io sono quella diversa. Sempre. È il mio destino».
Oggi si dice spesso che Rettore aveva visto il futuro. Lei che cosa aveva capito prima degli altri?
«Non ho mai pensato di vedere il futuro. Non ho mai pensato di essere una “futuribile”, una che faceva delle scoperte. Ho semplicemente scritto quello che avevo dentro. La gioventù ha tanti pregi, soprattutto quello di avere tante spinte emotive, desideri, idee. Te ne corrono talmente tante nella testa che non riesci neanche ad acchiapparne una e focalizzarla bene. Splendido splendente è stata una di quelle».
Come nacque?
«Ero a Bologna, da sola in camera. Credo di averla scritta in tre minuti, senza pensarci. Claudio (Rego, ndr) prese quella pagina e ci mise la musica. Quando l’ho scritta non pensavo nemmeno fosse una canzone. Erano idee buttate giù».
Nel 1986 sua madre era molto malata e lei si trovava a Sanremo. Oggi farebbe una scelta diversa?
«Se la situazione fosse come quella di quarant’anni fa mi toccherebbe rimanere. Avevo firmato un contratto. Mi dissero: “Solo se tua mamma muore puoi andare, abbiamo una scusa valida”».
Con quale stato d’animo affrontò quel Sanremo?
«Ero abbattuta, pronta a rispondere male a chiunque. All’epoca non esistevano i telefonini: mia madre era in ospedale, sotto la tenda a ossigeno, e non potevo parlarle. Parlavo con mio padre, che era sempre molto agitato. Alla fine delle telefonate avevo bisogno di qualcosa che mi calmasse».
Il sogno di fare la cantante è mai diventato una prigione?
«È sempre così. Il successo è una medaglia con due facce e qualche volta è una prigione. Mi sono messa la parrucca, il cappello, gli occhiali, ma mi riconoscono. Più mi camuffo e più mi riconoscono, quindi diventa anche ridicolo».
Ha pagato un prezzo personale per la fama?
«No, perché mi sono sempre detta: sono una donna libera, scrivo liberamente, perché non dovrei poter uscire senza trucco, con i pantaloncini? Sono una donna del popolo. Tante amiche mi dicevano: “Non devi comportarti così, altrimenti non ti prenderanno mai sul serio. Devi tirartela di più”. Ma allora dovrei recitare una parte che non so fare».
Ha mai pensato di smettere con la musica?
«Sì, ma senza bisogno di annunciarlo. Non c’è bisogno di dire: nel 2005, nel 2015, nel 2030 lascio la musica, stop, pausa. Uno si prende un momento e vive. Non so nemmeno se, quando sei qualcosa, riesci davvero a smettere di esserlo».
Lei ha vissuto a Londra negli anni Ottanta. Che periodo era?
«Dalla fine dell’81 fino all’85. Ed ero pienissima di musica. Avevo appena vinto il Festivalbar. A Londra ho scritto tutto: Kamikaze Rock ’n’ Roll Suicide, Lamette…».
Perché poi è tornata in Italia?
«Il mio percorso lì l’avevo fatto. Londra era sempre lì, i miei amici erano sempre lì, e volevo vedere anche altro. Per esempio l’America. Ma l’America non mi è piaciuta».
Che cosa non le piaceva?
«Una certa mentalità americana, quella verso cui secondo me anche gli italiani si stanno americanizzando. Io voglio l’Italia, la dolce Italia: quella del vicino di casa che ti dice “Ho fatto un po’ più di patate, volete assaggiarle?”».
Le hanno mai proposto di entrare in politica?
«Sì, da tutte le parti. Destra e sinistra».
E lei non ha mai ceduto?
«Ma figuriamoci. Non sono una che fa strategie, mi farebbero secca subito. Sono un’idealista».
Chi glielo ha chiesto?
«Da Berlusconi a Pannella, tutti».
Perché, secondo lei, la cercavano?
«Perché in quel periodo ero famosa. Potevo raccogliere voti, potevo essere utile a questo o a quel partito. Oggi, poi, in Italia è difficile persino capire dove comincia la destra e dove finisce la sinistra, con tutti questi centri e moderati. Io faccio parte degli appassionati».
Enzo Iacchetti mi ha detto che secondo lui Berlinguer oggi non voterebbe il Partito Democratico. Lei che ne pensa?
«Sono d’accordo. Secondo me sarebbe scandalizzato già dal fatto che non si chiamasse più Partito Comunista Italiano. Io andai anche a firmare perché il Partito Comunista non cambiasse nome».
Tornando a lei, c’è stato un momento in cui ha scoperto che essere coraggiosi sul palco non significa necessariamente esserlo anche nella vita?
«Io dico che il coraggio è fatto solo di paura. Ti butti nella mischia proprio perché hai paura».
Che cosa cerca ancora oggi nella musica?
«Libertà».
