Il problema, per Paolo Crepet, viene prima dei quindici anni, prima delle leggi e persino prima dello smartphone. Riguarda il mondo adulto che ha costruito una società permanentemente connessa e adesso cerca nei divieti una via d’uscita. Genitori che chiedono ai figli una disciplina digitale che spesso non sanno imporre a sé stessi; generazioni che hanno smesso di distinguersi e quindi anche di scontrarsi; ragazzi ai quali viene sottratto persino quel territorio segreto in cui, un tempo, era possibile sbagliare senza testimoni. Sullo sfondo resta una domanda antica: che cosa significa educare qualcuno alla libertà quando la libertà comporta anche il rischio di perdersi?
Professore, in diversi Paesi si parla di divieti o limiti all’accesso dei minori ai social. Vietarli fino ai quindici anni non rischia di essere l’ammissione definitiva di una resa genitoriale?
«Abbiamo bisogno di qualche altra conferma? La resa genitoriale mi pare abbastanza evidente, salvo le eccezioni naturalmente: non si può mai parlare dell’universo mondo. I genitori sono i peggiori dipendenti dai social che esistano. Come fa un padre o una madre che sta dodici ore al giorno sui social a dire di no a sua figlia?».
È questa l’ipocrisia del mondo adulto?
«È tutta un’ipocrisia».
Non invochiamo forse il divieto anche per nascondere una cosa ancora più difficile da ammettere: che, una volta spenti i telefoni, non sappiamo più che cosa dirci?
«Quello è sicuro. Più che sicuro. Ma è anche evidente che tutto questo comporti problemi dal punto di vista psicologico, cognitivo, relazionale. E non soltanto per i più giovani. Si dice: a tredici anni gli effetti sono devastanti, a sedici meno, a diciotto ancora meno. No. Gli effetti possono essere devastanti anche a quarant’anni».
C’è allora un modo per invertire la tendenza?
«Farne a meno».
Più facile dirlo che farlo.
«Non c’è un’altra soluzione. Tantomeno quella di usarli sì, ma solo un po’. È come se lei mi dicesse: facciamo un po’ di cocaina, però un po’ più attenuata. Proviamo una cocaina più attenuata. Non credo che il risultato cambi molto».
Un tempo l’identità si formava anche attraverso il conflitto generazionale, la rottura con i genitori. Oggi l’adolescente sembra cercare soprattutto una validazione collettiva. Che adulti nasceranno da questa giovinezza?
«Saranno quelli che più o meno stiamo già vedendo: adulti molto adolescentizzati. Il conflitto generazionale era basato sul fatto che esistevano differenze oggettive tra la generazione dei nonni, quella dei genitori e quella dei figli».
Differenze che oggi stanno scomparendo?
«Esatto. Perché anche il nonno è sui social».
Lo smartphone è diventato anche un perimetro di contenimento: il figlio resta in camera, apparentemente protetto dai pericoli della strada. Abbiamo barattato una parte della sua libertà e della sua salute mentale con la nostra comodità di genitori?
«Sì. Mi pare che la materia del baratto sia esattamente la comodità. Una comodità che comporta anche la rinuncia al pensiero, alle opinioni, alla libertà».
A questa trasformazione si aggiunge oggi l’intelligenza artificiale.
«Credo che ci sia una confusione tra intelligenza artificiale e capacità tecnologiche, alle quali potrebbe aggiungersi in parte il computer quantistico. Il fatto che produciamo macchine con una capacità di carico e di elaborazione infinitamente superiore a quella utilizzata fino a oggi è una cosa. L’intelligenza artificiale è un’altra».
Si spieghi.
«Quando si dice, per esempio, che l’intelligenza artificiale riesce a trovare malattie rare, probabilmente siamo davanti anche a una questione di calcolo e di elaborazione dei dati. L’intelligenza artificiale fa un’altra cosa: introduce una forma di autodeterminazione. Una volta si parlava dell’autodeterminazione dei popoli; adesso potremmo parlare dell’autodeterminazione degli algoritmi».
Lei la usa?
«No. Penso di poter scrivere e fare il lavoro che faccio senza usarla. Naturalmente ci sarà chi comincerà a dubitare che io davvero non la utilizzi. E questo è uno dei problemi».
Diventa paradossalmente difficile dimostrare di non farne uso.
«Esatto. Già oggi circolano online molti video miei realizzati con l’IA, nei quali riproducono la mia voce e, vagamente, la mia faccia. Questo è oggi. Il prossimo anno saranno enormemente più credibili».
La spaventa?
«No, mi fa ridere. Poi non so se dovrò spaventarmi. Me ne accorgerò».
Un altro elemento che sembra caratterizzare questa generazione è il terrore del fallimento. Anche il silenzio online può diventare una bocciatura. Perché non riusciamo più a trasmettere il valore della frustrazione, dell’attesa, del vuoto?
«Perché credo che abbiamo adottato una sorta di perfezionismo nel quale la caduta, l’errore e la frustrazione diventano giudizi negativi su di noi. Ognuno finisce per rivolgerli contro sé stesso. E questo è terribile. Se guardiamo alla storia dell’arte, sappiamo che l’arte è anche frustrante, è anche difetto, è anche impurità. E così la poesia, la letteratura. Non esiste la letteratura perfetta, non esiste la poesia perfetta, non esiste il ritratto perfetto. Almeno questo lasciatecelo vivere».
A proposito di noia, attesa, inattività: viene in mente Oblomov di Gončarov. Un uomo che può restare sul divano, guardare il soffitto, passare il tempo a fantasticare.
«Oggi sarebbe irreale pensare a un personaggio del genere. Eppure sarebbe salvifico».
A settembre si torna a scuola, le famiglie cercano di ricostruire una routine. Al di là dello slogan di «staccare la spina», qual è il primo gesto realmente conflittuale che un genitore o un insegnante dovrebbe avere il coraggio di compiere per tornare a essere una figura credibile?
«Creare una discontinuità rispetto a ciò che si vive e si fa. Essere diverso rispetto agli altri».
È ancora possibile?
«Certo che è possibile».
C’è anche la tendenza a trasformare la dipendenza dalle notifiche e l’ansia da prestazione digitale in patologie da delegare alla terapia. Non rischia di essere un’altra scorciatoia?
«Io non penso a una terapia di contenimento o di cura di questo tipo di ossessione. È un’ossessione che va vissuta fino in fondo. Quando i ragazzi e le ragazze delle nuove generazioni vorranno davvero capire in quale dirupo sono caduti e cominceranno a cercare delle soluzioni, allora forse ci sarà qualcosa di interessante. Finché cerchiamo soltanto di mitigare, di mantenere un atteggiamento quasi diplomatico nei confronti di queste cose, penso che non ne verremo fuori».
L’adolescenza è sempre stata anche l’età del segreto: il diario con il lucchetto, una dimensione privata nella quale poter sbagliare senza testimoni. Che cosa resta di quello spazio quando la crescita avviene dentro una vetrina permanente?
«Con Instagram, TikTok e tutto il resto lo spazio intimo è sotto attacco. Se fotografi e metti online la fidanzata, qualsiasi caffè preso con gli amici, qualsiasi cosa tu scelga di fare, allora quella che dovrebbe essere la tua vita intima – le tue scelte personali, anche contraddittorie – finisce esposta. Se i social diventano un grande palcoscenico dove tutti sono tenuti a esibirsi, l’intimità muore. E muore anche la psicanalisi. Ma riguardo questo qualcuno ha già fatto festa e stappato le bottiglie».
Dice?
«Sono assolutamente contrari al dubbio. La psicanalisi è l’esaltazione del dubbio. Questo è il loro nemico».
Chi non vuole il dubbio?
«Gli stessi che addestrano l’intelligenza artificiale».
Le grandi piattaforme dispongono di strumenti enormi per catturare l’attenzione. Chiedere a un adolescente di opporre soltanto la propria volontà a questi meccanismi non significa mandarlo a combattere ad armi impari?
«Sì, però le battaglie sono interessanti quando sono ad armi impari. Da che mondo è mondo deve vincere il perdente? Abbiamo costruito la storia, e anche i miti, non soltanto intorno al grande dittatore o al grande imperatore che vince, ma anche quando c’è il ribelle, quando c’è qualcuno che riesce a dire di no».
