Eravamo a Bellaria, terra di Raffaella Carrà, per la Settimana del Cinema, con Renzo Arbore, Silvia Annicchiarico, Cesare Gigli (figlio di Silvio Gigli), Lalla Francia, Andy Luotto, Fabrizio Zampa, Mario Marenco e altri scalmanati. 1975. Stesso hotel, bellissimo. Io e Marenco decidemmo di comprare un costume da bagno, normalissimo, solo che Mario non sapeva cosa comprare. Si spoglia nudo, ne prova quattro. Entra, esce, rientra. Le commesse cominciano un po’ a urlare. Alla fine ne compra uno qualsiasi. Torniamo in hotel, con una piscina olimpionica. Ci tuffiamo. Mario non la smette: trampolino, schizzi, dorso, delfino, farfalla. La piscina si svuota. Avevo sempre pensato di nuotare bene. Con Mario era finita. In hotel aveva tutto impostato sulla puntata di «Alto Gradimento»: «Lo scheletro».
«Tu sei uno scheletro/ tu ridi con denti bianchi/ tu guardi con quei buchi vuoti/ nulla ti commuove/ non hai cuore/ non hai fegato/ non hai cervello/ sei calvo/ sei liscio aguzzo/ non hai la lingua/ perciò quando parli/ tu dici solo le erre/ le di/ e le ti/ non parli molto però/ ogni tanto/ tremi tutto/ e fai/ ratta-ta-ta/ rat-ta-ta-ta/ rrrt-ta-tatrat-ta-ta».
Alto Gradimento
Mario Marenco e Gianni Boncompagni si erano conosciuti in Svezia, a Stoccolma. Boncompagni, millesimo 1932. «La Sgarambona». «Caro carogno, carognone, brutto, brutto, sono la tua Sgarambona, la tua Sgarina. Ostia Lido. Sai che a Ostia, lo sai che ci sono il delfino e la delfina, il baleno e la balena. Poi c’è anche il sasso e la sassa, lo scoglio e la scoglia».
Marenco era un architetto vero. E un designer vero. Arflex, Artemide, Poltrona Frau, B&B e altro. Il divano Marenco era suo. Era sempre stanco. Tutti facevano serate. Musica, teatro, barzellette. Aveva un impresario. Con la radio era diventato ancora più noto. Molti soldi. Il palcoscenico poteva essere piccolo, medio o grande. Dietro al palco c’era la macchina accesa. Dieci minuti, quindici. Poi il fischio dell’impresario. Era il segnale. Uto! Uto! Ato! Ato! E poi Waldaim! Waldaim! La formazione del Bari, stagione 1963-1964, lui poteva recitarla così: Ghizzardi, Baccari, Panara, Buccione, Mupo, Carrano, Rossi, Catalano, Siciliano – brasiliano -, Fernando – brasiliano -, Giammarinaro – nato a Tunisi. Quell’anno il Bari arrivò ultimo. C’era poi Gianni Seghedoni. Il Bari non lo voleva più e nel 1961 era passato alla Lazio. Pianse per la nascita delle gemelline. In Lazio-Napoli, nel 1962, tirò una punizione: il pallone passò attraverso la rete. L’arbitro non vide il gol. Storico.
L’ultima risata
Mario aveva anche altri passatempi. Andava a Villa Borghese a lanciare le uova alle coppiette. Un bambinone. L’ultima volta che l’ho visto era a Trastevere, nel 2019, poco prima della sua scomparsa. Gli avevo portato una vecchia edizione del suo libro, Lo scarafo nella brodazza. Abbiamo riso insieme. La macchina dell’impresario era già fuggita.
