L’informazione contemporanea sta vivendo un cambio di paradigma: dall’intelligenza artificiale ai social media, fino alle dinamiche algoritmiche e alla comunicazione politica. Ma come possono i media tradizionali intercettare i giovani senza perdere credibilità? E quale ruolo resta al mondo dell’informazione nell’era dell’IA generativa? Ne parliamo con Francesco Giorgino, professore Luiss di Comunicazione e Marketing, Direttore dell’Ufficio Studi Rai e volto di XXI Secolo su Rai 1, per analizzare sfide, rischi e opportunità dell’antropologia digitale. Il 19 settembre Giorgino sarà ospite dei Dialoghi di Trani in Puglia, con un incontro dedicato a come comunicare e informarsi ai tempi dei social e dell’IA.
Giorgino, IA e social hanno cambiato in meglio o in peggio il modo con cui la gente fruisce l’informazione?
«È sicuramente cambiato il modo in cui le persone accedono all’informazione. Qualunque innovazione tecnologica comporta conseguenze. Spetta a noi decidere se debbano migliorare o peggiorare lo status quo. Come per tutti i mezzi di comunicazione, a fare la differenza sono l’uso e la finalità. L’intelligenza artificiale è frutto della rivoluzione digitale. Non siamo più solo in un contesto “da uno a molti”, come nel XX secolo. Oggi, i flussi sono anche “da molti a molti”, “da molti a uno” e soprattutto “da uno a uno”. L’obiettivo è ridurre le distanze tra emittente e ricevente. L’intelligenza artificiale si muove in questa direzione: è strumento di prossimità verso i propri interlocutori. C’è una correlazione tra i fenomeni tecnologici strutturatisi negli ultimi decenni in comunicazione, informazione e marketing, come dimostra il framework MICS da me elaborato in Luiss. L’IA è il risultato di un’impostazione culturale diventata modello antropologico, l’antropologia digitale appunto».
Come possono le testate giornalistiche sui social catturare l’attenzione dei più giovani che spesso preferiscono fruire i contenuti di qualcuno che magari non ha la competenza, le fonti o la formazione di un professionista?
«L’Ufficio Studi Rai, che ho l’onore di dirigere, ha realizzato una pubblicazione intitolata “Le nuove generazioni e i media audiovisivi”. I social possono essere usati in due modi: come social network o come social media. Come social network l’obiettivo è sviluppare un’interazione tra i soggetti che partecipano allo scambio di contenuti e alla produzione di significato. Come social media sono piattaforme distributive di contenuti. Se utilizzati in modalità newsfeed diventano un canale importantissimo anche per i media mainstream. Mi auguro che i media tradizionali e i giornalisti presidino sempre più e meglio questi spazi, luoghi di costruzione del discorso pubblico e manifestazioni della sfera pubblica mediata, come direbbe Thompson. Se i giornalisti sono presenti su questi canali riusciranno a parlare ai propri pubblici. Citando l’ultimo rapporto Censis, Facebook registra un primato poiché intercetta tutte le generazioni. Se invece ci concentriamo su Gen Z e Gen Alfa, l’attenzione va rivolta a Instagram e TikTok».
Parliamo di televisione. Fino a qualche decennio fa erano le persone a scegliere la fonte da cui attingere le informazioni, digitando i tasti sul telecomando. Adesso ci pensano gli algoritmi. Secondo lei si può parlare di un controllo del flusso di informazioni o è una teoria complottistica?
«No, non c’è un controllo del flusso di informazioni, ma una differente modalità di segnalazione dei contenuti che sfrutta il digitale. Nel web sopravvive la modalità “push”: non è tutto “pull”. Non si tratta di essere contrari agli algoritmi a prescindere. I sistemi di raccomandazione partono dall’interesse manifestato dall’utente per costruire una proposta che rafforzi il legame tra il brand e il suo pubblico. Non vedo la dinamica algoritmica in contrapposizione ai media mainstream: basta conoscerla, governarla per competere con gli altri player ricorrendo a strumenti nuovi».
Neanche quando entrano in gioco gli interessi economici?
«Quelli ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Non sono quindi una ragione per rinunciare alle novità della tecnologia, che vanno conosciute e governate con senso di responsabilità, mantenendo integra l’identità delle organizzazioni professionali. Tempo fa ho coniato un’espressione, ragionando sulla separazione semantica di due parole: informazione e giornalismo. Ho detto che stiamo vivendo l’era della “informazione senza giornalismo”. Accanto a un’informazione tradizionale se ne è sviluppata un’altra: viene percepita dal pubblico come informazione pur non essendo originata dall’organizzazione professionale del giornalismo, fondata su competenze tematiche, espressive, tecniche e soprattutto deontologiche. Se vogliamo ricongiungere le parole informazione e giornalismo, dobbiamo essere con competenza dove il pubblico si forma: sia nei media mainstream, la tv generalista ha ancora una penetrazione del 98% nel nostro Paese, sia dove ci sono soggetti che intraprendono altre traiettorie comunicative».
Quando un politico diventa un brand e produce direttamente i propri contenuti, parlando agli elettori senza mediazioni, dove finisce la comunicazione e dove comincia la propaganda?
«C’è una differenza sostanziale tra comunicazione e informazione. Chi fa informazione persegue, almeno sul piano teorico, l’interesse generale della collettività. Chi fa comunicazione persegue un interesse di parte. Legittimo, ma di parte. Questo vale per la comunicazione politica e d’impresa. La questione non si risolve analizzando solo i comportamenti degli emittenti, ma soprattutto quelli dei fruitori. Sono i lettori e gli spettatori a dover comprendere che stanno fruendo un contenuto di comunicazione politica o aziendale e non un prodotto informativo, sviluppando la giusta distanza critica. Non possiamo impedire a un brand politico o aziendale di perseguire il proprio interesse, altrimenti verrebbe meno il fondamento della comunicazione. Dobbiamo allenarci tutti a fruire quei contenuti con spirito critico».
Nel prossimo futuro un’intelligenza artificiale scrive il pezzo, monta il servizio, traduce le immagini e replica la voce anche del conduttore. Quante persone resteranno in una redazione?
«Mi auguro che non sia questo il punto d’arrivo. Già diversi anni fa Noam Chomsky mise in guardia dall’uso del termine “intelligenza artificiale”, definendo questa espressione un ossimoro poiché l’intelligenza è umana o non è intelligenza. Non possiamo immaginare l’AI come un sostituto dell’attività umana. Spero che si trovi un punto di equilibrio per considerare l’AI come uno strumento tecnologico a supporto dell’uomo. Il punto imprescindibile è che il pubblico deve sempre essere informato quando un contenuto è frutto dell’uso dell’intelligenza artificiale generativa. Se la si usa per migliorare la qualità di un’immagine e non per alterare la realtà, non credo si faccia qualcosa di sbagliato».
