Presentato in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia Nino – Un film su Nino Rota di Walter Fasano è il ritratto di uno dei massimi protagonisti della storia del cinema e della musica del Novecento. Dal lungo sodalizio artistico con Fellini alle celebri collaborazioni con Visconti, passando per pagine più nascoste della sua vasta produzione e aspetti sorprendenti della sua vita privata. Un uomo e un artista geniale e misterioso che il regista e montatore Fasano illumina catturandone l’aura, e legando a doppio filo il racconto della sua vita con la Puglia, sua patria di adozione.
Dopo Pino Pascali, Nino Rota. Dall’arte contemporanea alla musica. Cosa ti ha spinto a raccontare con il tuo cinema linguaggi artistici così diversi?
«Confrontarsi con figure di questo spessore può mettere in soggezione perché hanno raggiunto livelli espressivi altissimi nelle loro reciproche arti, e vette di profonda ispirazione. Pascali e Rota sono due giganti, seppure con vicende artistiche ed umane diverse. Quando, finite le riprese, ho cominciato a costruire Nino al montaggio, ho realizzato con terrore in quale impresa mi fossi lanciato. Di contro questo film è un’occasione perfetta per provare ad originare, nel linguaggio autonomo del cinema, un ritratto d’artista, e partire da un corpo musicale straordinario come quello di Rota è un privilegio meraviglioso. Se cadi, cadi in piedi».
Sulla figura di Rota la disponibilità di materiali d’archivio è piuttosto limitata. Per motivi legati alla mancanza di mezzi tecnici dell’epoca o per un tratto di riservatezza nella sua personalità?
«All’inizio del secolo scorso Nino divenne un bambino prodigio fino ad essere definito dal Times il “Mozart del XX secolo”. Di quei suoi anni esiste un’importante copertura fotografica, sia pubblica che privata. La fotografia era allora un veicolo importante di documentazione. Dai 30 anni in poi forse invece scelse parzialmente di sottrarsi ad una iper-esposizione mediatica. Dei suoi anni al Conservatorio e della sua avventura di promotore culturale nella città di Bari e in terra di Puglia esistono comunque tantissime fotografie, ma la vanità non era un tratto del suo carattere. Esiste un lunghissimo programma radiofonico RAI, Voi ed io ‘79, con molte ore in cui Rota si racconta, lui dice, accompagnato da un pianoforte per vincere la ritrosia a parlare di se stesso».
Quanto tempo è durata la lavorazione del film?
«Tre anni, in cui uno è stato dedicato alla preparazione e alle ricerche, un altro alle riprese, cominciate nell’estate del 2024 e con delle appendici successive, ed uno al montaggio. La lettura di qualsiasi cosa potesse offrirmi un nuovo spunto o l’incontro con qualcuno che lo avesse conosciuto sono stati parte integrante della lavorazione fino all’ultimo istante di montaggio. Un lungo processo di decantazione, in cui tenere fuori tanto materiale è stato comunque inevitabile».
Veniamo all’importante legame di Nino Rota con la città di Bari. Un racconto che, da barese, consegni alla città e alla sua memoria storica?
«Non vivo a Bari da 35 anni ma sono nato e cresciuto lì e la porto nel cuore. Pino Pascali era nato a Bari, Nino ha deciso di viverci lasciando Roma e Milano e ci ha trascorso quasi 40 anni, considerando i dieci a Torre Mare, un borgo di pescatori durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono varie ragioni, evocate nel film, per cui credo lui abbia scelto di fare questa specie di emigrazione al contrario ante litteram. A Bari ha trovato una risonanza immediata di luci, colori, affetti, sentimenti, cibo. E terreno fertile per la sua vocazione didattica. Quando ero piccolo Nino Rota era a Bari ed era operativo, per cui per me da bambino acquistare il vinile della colonna sonora del Padrino di Coppola e sapere che il suo autore, un artista di quella caratura, viveva a Bari era grande motivo di orgoglio e di sorpresa».
Il tuo film, narrato dalla voce di Sting e impreziosito dalle riflessioni di personaggi come Alexandre Desplat e Park Chan-wook, ha un potente respiro internazionale. Di quale considerazione gode Nino Rota all’estero?
«Le melodie rotiane sono conosciute in tutto il mondo. Alla ricerca di certezze rispetto a quello che stavo facendo, mi è capitato spesso di sentire che Nino mi era vicino perché magari un musicista di strada intonava Parla più piano, e questo per fortuna accade in ogni angolo del mondo. Quello che forse non tutti sanno è che, oltre alle circa 150 colonne sonore, anche la sua produzione al di fuori del cinema è molto riconosciuta e apprezzata. Tutta la musica presente nel film, e ce n’è tantissima, è di Rota ed io spero che chi lo vede sia spinto ad ascoltare sue cose che non conosce: sinfonie, musica da balletto, opere. Tra le sue composizioni meno note che segnalerei come meritevole di riscoperta c’è per esempio la colonna sonora del film inglese del 1949 The Glass Mountain, suo primo grande successo internazionale. Brano parallelo in termini di ispirazione compositiva alla Sinfonia sopra una canzone d’amore poi confluita per larga parte nella partitura per Il Gattopardo».
Cosa riserva il futuro a «Nino» e a Walter Fasano?
«Nino uscirà in sala in autunno con Be Water e Adler. Sono al lavoro su un film di finzione e su un documentario sui Popol Vuh di Florian Fricke, musicista dello spirito operativo in Germania negli Anni Settanta e Ottanta, autore di colonne sonore per Werner Herzog e legato anche lui alla Puglia. Ancora un lavoro su cinema e musica quindi. Quando non sapevo precisamente cosa avrei voluto fare nella vita pensavo che mi sarebbe piaciuto recensire colonne sonore, scrivere del rapporto fra musica e schermo. In qualche modo provo a farlo attraverso i miei progetti».
