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La legge del desiderio, Elisabetta Sgarbi: «Tutti i miei inizi sono abissi profondi» – L’INTERVISTA

Non si accomoda mai. E ogni volta ricomincia da capo. Non è un modo di dire. Lo si capisce quando parla del lavoro, delle scelte che non si rimandano. Da Bompiani, lasciata per fondare La nave di Teseo, alla sua Milanesiana, rassegna che negli anni ha cambiato forma senza mai fermarsi. Elisabetta Sgarbi non costruisce…
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Non si accomoda mai. E ogni volta ricomincia da capo. Non è un modo di dire. Lo si capisce quando parla del lavoro, delle scelte che non si rimandano. Da Bompiani, lasciata per fondare La nave di Teseo, alla sua Milanesiana, rassegna che negli anni ha cambiato forma senza mai fermarsi. Elisabetta Sgarbi non costruisce percorsi lineari, li interrompe, li riapre, li rimette in gioco. Il resto viene dopo.

Sgarbi, la Milanesiana compie 27 anni e sembra ancora avere l’inquietudine di un debutto: che cosa la spinge ogni volta a rimettere tutto in discussione invece di limitarsi a replicare un modello che funziona?

«È nella mia natura non accomodarmi mai. Ma La Milanesiana ha nel suo dna la sperimentazione, la moltiplicazione, l’indisciplina. È un incontro di arti e luoghi che portano naturalmente a creare scintille. Quest’anno faremo due incontri nel carcere di San Vittore, ad esempio. Che è luogo della legge, dell’esecuzione di una pena, ma è anche, e deve esserlo, luogo del desiderio, nel senso che vanno coltivati e curati i desideri e le speranze di chi è detenuto, affinché, uscendo, possa rispondere diversamente alle sollecitazioni della vita. E faremo tre incontri nelle corsie ospedaliere dell’Humanitas dove il desiderio di felicità si scontra con la legge inaggirabile della vita, della malattia».

«Il desiderio e la legge», il tema di quest’anno. È qualcosa che osserva da fuori o è un conflitto che la riguarda da vicino?

«Riguarda ciascuno di noi: sono i due poli che scandiscono la nostra vita interiore e la nostra vita esteriore. Noi siamo questo conflitto tra imposizione e trasgressione, e il dialogo tra questi due poli è affascinante e sorprendente».

Porta il festival dentro un carcere, in ospedale, all’Istituto dei Ciechi: è una presa di posizione sul ruolo che la cultura deve avere oggi?

«La cultura è sempre politica, soprattutto quando non fa politica. Io questo l’ho sempre pensato. Pubblicare un libro, fare un film, dare vita a un’opera d’arte, costruire un evento culturale, fare incontrare una comunità intorno a un artista è un gesto che cambia la configurazione del mondo come lo conosciamo. Non perché producano effetti immediati, anzi proprio perché non sappiamo se queste cose che facciamo avranno effetti. Questa imprevedibilità della cultura va salvaguardata, perché sfugge ai nostri calcoli».

Il Sud resta marginale nella geografia della Milanesiana: perché?

«C’è Crotone, e c’è la Calabria, anzitutto. Siamo stati a Matera, a Napoli negli anni scorsi. Vorrei fare di più, ma è un tema di risorse, economiche e fisiche. Siamo comunque sempre aperti a nuove proposte».

A un certo punto della sua carriera ha scelto di non restare dentro un sistema consolidato. Quando ha lasciato Bompiani per fondare «La nave di Teseo» insieme a Umberto Eco e Sandro Veronesi, che cosa stava davvero mettendo in gioco?

«La mia vita professionale. E siccome lavorando do tutta me stessa, direi che stavo mettendo in gioco la mia vita. E in gioco c’è sempre: la vita editoriale di una casa editrice indipendente è sempre esposta alle vicende del mondo. La guerra in Ucraina ha fatto crescere moltissimo i costi della carta. Immagino che la stessa cosa accadrà a breve per l’Iran. Bisogna inventarsi correttivi».

Lei ha costruito una carriera senza mai diventare prevedibile.

«Sono come sono. Non faccio troppi calcoli. Mi immergo completamente nelle cose che faccio. È un bene e ha anche i suoi svantaggi. Ma non potrei essere altrimenti. Madame de Stael diceva che “nella vita non ci sono che inizi.” Ma i miei inizi sono abissi profondi».

È cresciuta a Ferrara, in una famiglia riconoscibile. Che rapporto ha oggi con quelle radici?

«Ferrara è una dimensione dello spirito per me, prima di essere una città che vive. Quindi è dentro di me, si mescolano memorie personali, incontri importanti, letture. È fonte di conflitto, ma anche (o proprio per questo) un amore inaggirabile. Nella mia vita non ho fatto altro che accorciare le distanze dalla famiglia. Come diceva Joseph Brodskij “La famiglia è un bersaglio troppo vicino” per attaccarla».

Nel suo lavoro convivono controllo e libertà, disciplina e intuizione: sente che una delle due prende il sopravvento sull’altra?

«Sono una farmacista, di formazione. Ho imparato da questo lavoro la necessità di un ordine, di una catalogazione, che mi è molto utile nel mio lavoro. Poi c’è una dimensione alchemica, intuitiva. Vedere precipitare il cadmio giallo in provetta è sempre una emozione. L’intuizione è una dote molto importante ed è una eredità di mia madre, che però era insuperabile in questo».

Ha lavorato con scrittori, artisti, registi molto diversi tra loro: c’è un tratto invisibile che li lega e che la attrae sempre allo stesso modo?

«La loro irriducibile particolarità. Il fatto di essere unici, di avere un qualcosa di inconfondibile. E con ognuno, tra mille errori, passi indietro, scommesse vinte e perse, costruire una storia, che nei libri è il catalogo di questi autori».

Quando passa dall’editoria al cinema, come cambia il suo modo di pensare una storia?

«Per anni ho prodotto e diretto i miei film. Questo mi ha sempre dato una dimensione di libertà quasi assoluta, soprattutto essendone io anche la produttrice. L’editoria risponde a una moltitudine di soggetti, di cui tenere costantemente conto, dentro e fuori la casa editrice. Si sceglie un libro, un autore, poi inizia una negoziazione che non ha fine, e si deve imparare a non negoziare quello che non è per te negoziabile».

Dopo anni passati a creare incontri, festival, libri, immagini, c’è ancora qualcosa che riesce a sorprenderla senza difese?

«Succede ogni volta che incontro una cosa bella. L’editoria è una fonte continua di sorprese e novità. Ogni libro è una storia nuova che ti coinvolge. Bisogna mantenere alta la curiosità, oltre che l’attenzione. Il desiderio e la legge, per tornare alla Milanesiana».

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