L’arresto in Egitto di Tamer Hamouda riaccende i riflettori sul caso di Nessy Guerra, la 26enne italiana condannata anche in appello per adulterio e da oltre due anni bloccata nel Paese nordafricano insieme alla figlia di tre anni e mezzo. L’ex marito della donna sarebbe stato fermato dalle autorità egiziane dopo una denuncia presentata dal console onorario d’Italia a Hurghada per minacce e tentata aggressione. Secondo quanto emerso, Hamouda si sarebbe presentato a fine maggio negli uffici del viceconsolato onorario italiano insieme alla madre, rivolgendo pesanti intimidazioni al viceconsole. «Dovete darmi i soldi e dovete smetterla di comportarvi così. Datemi i soldi sennò ti faccio sparare alle gambe, finisci su una sedia a rotelle», avrebbe detto. Un episodio che, secondo la donna e la sua legale Agata Armanetti, confermerebbe un comportamento già caratterizzato da minacce e atteggiamenti aggressivi.
Nessy Guerra vive attualmente in una struttura protetta con la figlia, dopo aver denunciato ripetute intimidazioni da parte dell’ex marito. Nonostante ciò, i tribunali egiziani hanno confermato nei suoi confronti una condanna a sei mesi per adulterio, reato ancora previsto dall’ordinamento del Paese. Nelle motivazioni della sentenza d’appello, i giudici sostengono che la donna abbia leso «il diritto del marito all’esclusività sessuale sulla moglie», pur avendo sempre negato qualsiasi relazione extraconiugale. La decisione si basa sulle testimonianze di tre uomini che avrebbero riferito di aver visto il presunto amante frequentare l’abitazione della donna e intrattenere con lei rapporti assimilabili a quelli coniugali.
La vicenda assume contorni ancora più controversi considerando che il presunto amante avrebbe successivamente ritrattato la propria testimonianza davanti a un notaio, sostenendo di essere stato pagato per accusarla. Guerra può ora ricorrere in Cassazione entro la fine di giugno. Tuttavia, secondo la sua difesa, oltre alla strada giudiziaria sarebbe necessario un maggiore intervento politico e diplomatico. «Il caso è stato praticamente ignorato dal punto di vista politico», denuncia l’avvocata Armanetti, che chiede un coinvolgimento più incisivo del Governo e del ministero degli Esteri.
