Il problema dell’accumulo dell’energia prodotta da fonti alternative, in particolare sole e vento, è serio e urgente. Molta energia verde si perde in sovrapproduzione ed è un peccato, considerato anche che per produrre quella che ci serve, spesso si continua ad usare l’inquinante carbone.
Esistono sistemi di accumulo come le batterie. Ogni impianto fotovoltaico che si monta sul tetto di casa, ad esempio, ha in corredo una batteria che accumula l’energia prodotta in più, la conserva e la rilascia quando serve. Di batterie si avverte un bisogno disperato. Ogni anno il bisogno raddoppia.
L’Eni, per questo, ha deciso di trasformare l’impianto Versalis di Brindisi, impegnato a produrre chimica di base, in una fabbrica di batterie al litio-ferro-fosfato, le cosiddette batterie stazionarie. Un investimento da un miliardo che, però, apre le porte al futuro.
Un investimento che dovrà superare due problemi sul piano lavorativo ed industriale. Il primo: rischia di mettere in crisi il sistema della chimica italiana, forse troppo frettolosamente liquidato come superato. Tutto l’indotto collegato al Petrolchimico di Brindisi che fine farà? E gli oltre mille lavoratori impegnati nell’indotto? Come al solito, lunedì scorso, quando è stato aperto il cantiere, le promesse non sono mancate. Ma se a farle è il ministro Urso, che da quattro anni non risolve il caso ex Ilva, c’è di che preoccuparsi.
