La Regione Puglia, informano gli uffici, ha inviato, in queste ore alla ASL di Foggia la richiesta di collaudo per le sei nuove sale operatorie del Policlinico degli Ospedali Riuniti di Foggia, comprese una sala «ibrida» di alta specializzazione. Si tratta di un passaggio formale necessario per verificare la conformità delle strutture alle norme sanitarie e impiantistiche e per poter rilasciare il certificato di esercizio che ne permetterebbe l’effettivo utilizzo. Sono passati oltre cinque mesi da quel 8 ottobre 2025, quando le sale furono inaugurate con tanto clamore mediatico con un investimento di dodici milioni di euro finanziato con fondi del PNRR, presentato come una vera rivoluzione per la chirurgia locale.
Cinque mesi dopo, però, quelle sale modernissime restano chiuse, inaccessibili ai pazienti e inutilizzate dai professionisti sanitari, trasformandosi in un paradosso costoso e inquietante nel cuore di un’azienda ospedaliera già sotto pressione. L’attesa che avrebbe dovuto essere breve si è, invece, allungata fino a diventare surreale. Solo giovedì scorso i vertici preposti del Policlinico hanno inoltrato al Dipartimento della Salute della Regione Puglia la richiesta formale di esercizio delle nuove strutture, fondamentale per avviare l’iter di collaudo. Una procedura che avrebbe dovuto essere completata subito dopo il termine dei lavori per non vanificare il vantaggio clinico ed economico delle nuove sale.
Spetterà ora al Dipartimento di Salute Pubblica della ASL Foggiana verificare la completezza della documentazione e la conformità delle sale alle norme sanitarie. Solo dopo questa verifica l’organo regionale diretto da Vito Montanaro potrà emettere il certificato di esercizio, rendendo finalmente fruibili gli spazi. Sulla carta, la procedura appare ingiustificata rifugiandosi dietro il rigore delle normative. Nella pratica, infatti, solleva interrogativi inquietanti sul perché un’opera annunciata e pubblicizzata con tanto clamore mediatico non ha visto tempestivamente il completamento dell’iter burocratico. Perché un investimento così consistente resta, per ora, un monumento all’incompiuto. E, soprattutto, quanti interventi chirurgici sono stati rinviati o dirottati altrove per la mancanza di queste nuove sale? Da più parti si parla di opportunità perse e di carichi economici per migrazioni sanitarie verso altre regioni sempre più insostenibili.
Pazienti e loro familiari si chiedono quando potranno, finalmente, usufruire di quelle sale più moderne e sicure. Le istituzioni regionali replicano che, adesso, «si sta procedendo con la massima celerità possibile», ma senza fornire date certe. Nel frattempo, le sale rimangono vuote, in attesa di un timbro che sembra tardare più del dovuto. La promessa del progresso sanitario rischia così di trasformarsi in un simbolo di inefficienza amministrativa. È una ferita aperta che chiama in causa non solo i responsabili tecnici, ma la capacità dell’intero sistema di far convivere investimenti ingenti con processi amministrativi rapidi e trasparenti. Il tempo stringe, e la comunità merita risposte concrete.










