Uno scivolone quello del presidente della Regione, Antonio Decaro, ieri, a margine del tavolo dell’indotto sull’ex Ilva? Ha detto di essere rimasto sorpreso del piano di decarbonizzazione presentato dai commissari dello stabilimento siderurgico di Taranto, lo scorso 3 agosto al Mase. «Non ne sapevo nulla», ha commentato. E già, perché quel piano era stato chiesto e voluto dal suo predecessore, Michele Emiliano, che aveva fatto della decarbonizzazione il suo vessillo per la fabbrica, in accordo con il ministero.
I commissari Ilva avevano l’obbligo di consegnare il piano entro il 3 agosto, data ultima. Ed è legittimo pensare che Decaro nulla sapesse, perché il piano, una volta consegnato al Mase (ministero dell’Ambiente), deve seguire la strada istituzionale della convocazione degli enti locali e dei soggetti interessati e non filtrare prima.
Bastava aspettare e sarebbe arrivata la convocazione. Ma cosa contiene il piano? Prevedibilmente nel piano, per l’appunto, c’è la mappa della decarbonizzazione degli impianti. Un piano, però, che non tiene conto della sentenza dei giudici di Milano che porterà di fatto al fermo dell’area a caldo. È vero che i commissari lo hanno consegnato dopo la sentenza, ma un piano così complicato, che tiene conto della gigantesca e futura sistemazione degli impianti, del Dri, di tutte le prescrizioni da osservare non avrebbe mai fatto in tempo ad essere modificato in tempi brevi, recependo il nuovo indirizzo dei giudici. Anche perché la sentenza annulla, di fatto, il senso stesso del piano: con l’impianto a caldo chiuso che si deve decarbonizzare?
Anche il piano di Jindal e quello di Flacks tengono conto con sfumature diverse dell’area a caldo. In questo limbo, le agenzie, ieri, hanno battuto la notizia che il Mimit e i commissari hanno dato mandato ai propri legali di verificare se ci siano gli estremi per impugnare la sentenza dei giudici di Milano.
Cosicchè, in caso di disputa favorevole, al ministero quel piano potrebbe tornare utile. Si vedrà. Dunque, i commissari rispondevano ad un obbligo e ad una scadenza e spetta al Mase l’obbligo di farlo conoscere. Mentre si discute sul destino della fabbrica, però, c’è già chi pensa al futuro. Soprattutto per ciò che riguarda i terreni che si libereranno a ridosso della fabbrica e che potrebbero trovare diversi gradi di interesse e di impiego una volta bonificati, cosi come quelli di Genova sui quali gli imprenditori locali hanno già fatto cartello proponendo indecenti «spezzatini».
La partita dei terreni, come questo giornale ha scritto fin dal primo momento, è forse la partita laterale, ma non meno importante di quella del futuro della fabbrica. Tanto che nel question time alla Camera sul futuro della fabbrica, non sono sfuggite ai più attenti osservatori alcune osservazioni del ministro Urso che riportiamo testuali dal resoconto della Camera: «Sono 17 i progetti di imprese che insistono nell’area, sia nell’area che lasceremo libera dell’industriale della siderurgia, 170 ettari, sia nelle aree contigue, marittime, demaniali e portuali per altri 700 ettari, così da calare il più velocemente possibile questi investimenti anche attraverso un provvedimento di urgenza e straordinario che possa anche prefigurare una velocità autorizzatoria da conferire, per esempio, a un commissario straordinario, come già previsto nell’articolo 13 del decreto asset strategico».
Quasi in contemporanea l’attuale commissario dei Giochi del Mediterraneo, Massimo Ferrarese, fresco del successo per aver portato a termine l’oneroso compito di salvare il Governo da una figuraccia riguardo i ritardi che si erano accumulati, esortava Taranto, in una intervista tv, a superare la rassegnazione, rilanciando la necessità di una legge speciale e proponendo la creazione di una No Tax Area, una riconversione industriale e interventi di bonifica associati al reimpiego dei lavoratori. Ma hai visto mai che al Governo qualcuno pensi proprio a Ferrarese come commissario Ilva? Noi crediamo in una consequenzialità casuale. Come accade spesso in politica.
