Doveva essere il tavolo per salvare l’indotto e provare a costruire una via d’uscita alla più grave crisi industriale italiana. Si è trasformato invece in un durissimo scontro istituzionale che apre un nuovo fronte politico tra Governo, Regione Puglia e commissari straordinari di Acciaierie d’Italia. Sul tavolo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, convocato dal ministro Adolfo Urso dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano che impone lo spegnimento dell’area a caldo, è emerso un elemento destinato ad alimentare nuove polemiche: il piano di decarbonizzazione dello stabilimento sarebbe stato depositato al Ministero dell’Ambiente il 3 agosto, ma – secondo il presidente della Regione Antonio Decaro – la notizia sarebbe stata comunicata alle istituzioni soltanto durante la riunione di ieri. Una circostanza che il governatore ha definito «non corretta dal punto di vista istituzionale», denunciando la mancanza di trasparenza su un documento decisivo per il futuro del polo siderurgico.
La prospettiva
Il piano rappresenta, infatti, uno degli adempimenti previsti dall’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) del luglio 2025 e dovrebbe indicare il percorso per abbandonare progressivamente il carbone, sostituendo l’attuale ciclo integrale con una produzione basata sui forni elettrici e su tecnologie meno inquinanti. La replica dei commissari è arrivata nel giro di poche ore. Secondo fonti vicine ad Acciaierie d’Italia, il commissario Giancarlo Quaranta avrebbe chiarito che il deposito del piano «non rappresenta una novità», sostenendo che il cronoprogramma fosse già noto agli enti coinvolti e che l’intera procedura fosse stata illustrata anche nel contenzioso davanti alla Corte d’Appello di Milano.
Lo scenario
Una ricostruzione che però non spegne le tensioni politiche e conferma la distanza tra Palazzo Chigi, commissari e Regione sul metodo, oltre che sul merito della gestione della crisi. Inoltre, il confronto al Mimit ha certificato quanto la partita sia ormai strettamente intrecciata con quella giudiziaria. Decaro ha rivelato che durante il vertice sarebbe stata persino presa in considerazione l’ipotesi di un intervento normativo per neutralizzare gli effetti della sentenza. Un’ipotesi che, secondo il presidente della Regione, è stata immediatamente bocciata dagli uffici legislativi del Ministero perché ritenuta incompatibile con i principi costituzionali. Resta, invece, aperta la strada dell’impugnazione della decisione dei giudici milanesi. A confermarlo è stato il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, secondo il quale il ministro Urso avrebbe dato mandato agli avvocati dei commissari, del Mimit, della Regione e degli enti locali di verificare la possibilità di presentare appello contro la sentenza, tentando così di guadagnare tempo e preservare la continuità produttiva.
Ma il nodo resta tutto politico oltre che industriale.
Per Decaro discutere di ammortizzatori, sostegni all’indotto o misure di resilienza ha poco senso senza sapere se il polo siderurgico continuerà a produrre acciaio. Solo nel caso in cui venga garantita la prosecuzione dell’attività – magari mantenendo in funzione la sola area a freddo in attesa dei forni elettrici – avrebbe senso costruire un piano per salvare imprese e occupazione. Il vertice romano, durato diverse ore e caratterizzato da un clima di forte tensione, non ha prodotto decisioni operative immediate. Ha però messo nero su bianco una verità destinata a pesare sulle prossime settimane: mentre migliaia di lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto attendono risposte, le istituzioni continuano a dividersi sulle informazioni, sulle strategie e persino sugli strumenti giuridici da utilizzare. Intanto, nell’incontro del Pd con i sindacati, presenti Decaro e il sindaco Bitetti, la segretaria Elly schlein invita la presidente Meloni ad assumersi la gestione diretta del dossier ex Ilva.
