Il caso dei 33 lavoratori dell’Adisu di Lecce approda sul terreno giudiziario e amministrativo. Dopo mesi di proteste, richieste di confronto e tentativi di mediazione rimasti senza esito, la vertenza legata alla riduzione degli stipendi entra in una nuova fase. Al centro della contestazione c’è il nuovo appalto di «global service» dell’ente regionale per il diritto allo studio, che secondo i sindacati avrebbe determinato un taglio medio in busta paga compreso tra i 300 e i 400 euro lordi al mese. Sul dossier è intervenuto anche il Nucleo ispettivo regionale sanitario della Regione Puglia, che ha acquisito la documentazione relativa alla procedura di gara per verificare gli aspetti tecnici e amministrativi dell’affidamento.
Un passaggio che potrebbe contribuire a fare chiarezza su una vicenda nella quale, secondo le organizzazioni sindacali, restano ancora molti interrogativi: dalla corretta applicazione delle clausole contrattuali alla gestione del passaggio tra aziende, fino al rispetto degli indirizzi regionali in materia di tutela salariale negli appalti pubblici. «Abbiamo avviato una serie di azioni legali per capire dove si siano create le criticità – spiega Giacomo Bevilacqua della Uil Tucs Puglia, sede di Lecce –. Bisogna stabilire se il problema derivi da una mancata previsione economica della Regione, da una disapplicazione delle norme da parte dell’ente o dalle modalità con cui è stato gestito il cambio di appalto». Il nodo principale riguarda il contratto applicato ai lavoratori.
Prima della nuova gara, gli addetti erano inquadrati nel settore turismo; con il nuovo affidamento sono transitati al contratto «multiservizi», considerato dai sindacati meno favorevole sotto il profilo economico e normativo. Una modifica che avrebbe comportato non solo una riduzione immediata della retribuzione, ma anche effetti su istituti contrattuali come gli scatti di anzianità. «Non abbiamo mai chiesto un ritorno impossibile al passato – sottolinea Daniela Campobasso della Cgil Lecce –. La nostra proposta era quella di individuare una soluzione di armonizzazione salariale per evitare un impatto così pesante sulle famiglie. Il problema è che dopo una lunga serie di incontri con istituzioni regionali, rappresentanti politici e uffici competenti, non si è arrivati ad alcun risultato concreto». La sindacalista punta il dito soprattutto sull’assenza di una risposta politica definitiva. Secondo la Cgil, il caso presenta una particolarità: riguarda esclusivamente i lavoratori Adisu di Lecce.
«Queste persone avevano una condizione retributiva diversa che si è trasformata improvvisamente in un forte arretramento economico – afferma Campobasso –. Si parla di lavoratori che si sono trovati con centinaia di euro in meno ogni mese, alcuni dei quali hanno dovuto rinunciare anche a sostenere spese familiari importanti, come gli studi universitari dei figli fuori sede». La vertenza ha già attraversato diversi tavoli istituzionali. I sindacati ricordano gli incontri con la Regione, i presidi davanti alla sede dell’Adisu, gli scioperi e il coinvolgimento della commissione lavoro regionale. Secondo le organizzazioni dei lavoratori, in più occasioni sarebbero state prospettate possibili soluzioni, senza però arrivare a un provvedimento concreto. Ora la partita si sposta anche nelle aule giudiziarie. Alcuni lavoratori avrebbero già presentato ricorsi al tribunale del lavoro, assistiti dal pool legale messo a disposizione dai sindacati, per valutare la legittimità del percorso che ha portato alla riduzione delle retribuzioni.
ùSul tavolo resta anche il tema del salario minimo negli appalti pubblici. La contestazione dei sindacati è che una norma pensata per garantire dignità economica rischi di perdere efficacia se non viene accompagnata da indicazioni operative e risorse adeguate negli enti collegati alla Regione. «Non chiediamo privilegi – ribadiscono i rappresentanti sindacali – ma una soluzione equilibrata che consenta di evitare un danno sproporzionato a persone che hanno costruito la propria vita su determinate condizioni economiche». Una vertenza che, a distanza di un anno dal cambio di appalto, continua dunque a interrogare istituzioni e magistratura, mentre il fascicolo del Nucleo ispettivo regionale potrebbe aggiungere nuovi elementi alla ricostruzione dei fatti.
