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La bellezza del selvaggio controllato – L’Editoriale

La bellezza del selvaggio controllato – L’Editoriale

L’attuale dibattito pubblico sul verde urbano è clamorosamente modesto. È fermo ormai da decenni a una visione puramente estetica

L’attuale dibattito pubblico sul verde urbano è clamorosamente modesto. È fermo ormai da decenni a una visione puramente estetica, decorativa o nostalgica, lontana dalle necessità scientifiche e strutturali della climatizzazione e della resilienza urbana contemporanea. A differenza della percezione popolare, la pianificazione del verde non è più una questione di “abbellimento”, ma tratta di infrastrutture vitali per la sopravvivenza delle città. Infiniti sono gli antichi stilemi da superare. Il verde urbano viene ancora considerato come semplice decoro, perfino nel corso delle crisi climatiche attuali, e gli alberi e le aiuole come banali elementi ornamentali e non ecosistemi funzionali appartenenti a strutture ben più complesse.

Sussiste ancora l’idea, appartenente alle antiche teorie relative all’Igienismo ottocentesco, che il verde debba essere ancora concepito come “polmone” isolato (il grande parco recintato), separato dal tessuto cementificato della città. La preferenza per le rigide geometrie, che prevedono filari geometrici perfetti o addirittura prati all’inglese, non solo appartengono a ormai obsolete strategie di pianificazione, ma richiedono, soprattutto ora, anche enormi e spesso insostenibili risorse idriche, offrendo nel contempo scarsissima biodiversità. L’opinione pubblica ignora totalmente contemporanei approcci di progettazione degli spazi pubblici e si limita in maniera insistente a concentrarsi, anche se in verità a ragione, sulla manutenzione “punitiva” che ha la tendenza a “capitozzare” gli alberi o a considerarli come un pericolo o un fastidio anziché come alleati. La visione contemporanea e scientifica, in realtà, prevede di concepire le infrastrutture urbane prevedendo una commistione tra i cosiddetti “corpi Verdi” e “corpi Blu”, ossia tramite l’integrazione tra la vegetazione, intesa come una “seconda natura” integrata, e la gestione delle acque piovane (Rain gardens o Bioswales) allo scopo di prevenire le alluvioni urbane ma anche di provvedere in caso di periodi di siccità.

Il “corpo Verde”, in tal caso, viene concepito come una forestazione urbana diffusa attraverso “corridoi” ecologici continui e insinuanti all’interno dei nuclei abitati che favoriscano la biodiversità e riducano drasticamente l’effetto isola di calore nei quartieri densi. La creazione di nuovi boschi all’interno di tali aree densamente urbanizzate è certamente l’unica soluzione per proteggere le città. Infatti non conta tanto quanti alberi si piantano, ma soprattutto dove si piantano. Se gli alberi vengono abbattuti lungo strade, nelle piazze e nei quartieri, è proprio lì che si creano le isole di calore che rendono le città sempre più invivibili. Piantare nuovi alberi in aree già dotate di verde o nei grandi parchi è certamente una scelta positiva e sempre condivisibile, ma non compensa la perdita del verde urbano nei luoghi in cui è stato eliminato. Il verde, quindi, non deve essere più considerato come semplice standard urbanistico, ma deve risultare parte integrante e codice indispensabile dell’organismo vivente che è la città.In tali “Soluzioni Basate sulla Natura” (NBS) è fondamentale poi usare specie autoctone e resilienti capaci di assorbire inquinanti specifici e resistere ai lunghi periodi di siccità legati alla crisi climatica. È altrettanto fondamentale, attraverso Servizi Ecosistemici, calcolare il valore economico e sanitario reale che ogni albero, appartenente all’infrastruttura “Verde”, apporta in termini di ombreggiamento, nonché la riduzione dei costi energetici per il raffrescamento e la salute mentale.

C’è un enorme divario tra ciò che la moderna architettura del paesaggio e l’ecologia urbana contemporanea propongono nei contesti evoluti e la percezione popolare tipica dei contesti involuti che spesso riduce tutto a una sterile dinamica di “più alberi/meno alberi”.Tale divario culturale sul verde urbano è radicato nella nostra percezione storica. Per secoli le città sono state progettate per proteggere l’uomo dalla natura “pericolosa”. Oggi, invece, dobbiamo progettarle inglobate nella natura per salvare entrambe. Molti cittadini lodano il verde urbano, ma solo in teoria, e protestano violentemente se l’albero toglie un parcheggio sotto casa, o ostacola la visuale dalla propria finestra. Per non considerare la percezione del rischio. L’albero viene spesso visto come un pericolo di crollo, un generatore di allergie o una fonte di sporcizia anziché come un salvavita termico. La cosiddetta “Estetica del pulito” è un altro aspetto che rasenta il ridicolo. Un prato spontaneo e ricco di biodiversità viene spesso scambiato per abbandono e incuria, mentre il prato all’inglese rasato è percepito come pulito e decoroso. Questa mancanza di alfabetizzazione del “corpo Verde” si risolve quantificando i servizi ecosistemici. Dire che un albero “assorbe X litri d’acqua e abbassa la temperatura di Y gradi” è più efficace del dire che “fa bene alla natura”. Tale strategia avviene sia tramite una Scienza Partecipata (Citizen Science), coinvolgendo le scuole e i residenti nel monitoraggio della biodiversità del proprio quartiere e trasformando i cittadini da spettatori passivi a custodi attivi, sia mediante Patti di Collaborazione e Urbanismo Tattico, permettendo alle comunità locali di co-progettare e gestire piccole aree verdi, e creando un senso di appartenenza che abbatte il vandalismo.

Ma l’impatto più performante risulta essere senz’altro quello di inculcare nuovi canoni estetici educando la popolazione alla bellezza del cosiddetto “Selvaggio Controllato”. L’obiettivo è quello di aumentare la biodiversità e rendere i centri urbani più sani e resilienti, restituendo il suolo naturale all’acqua e alle piantumazioni. Le aree non vengono più progettate come contesti rigidi, i parchi non seguono più un disegno geometrico, ma lasciano spazio a prati alti, siepi e piante spontanee plasmando micro-foreste concepite come piccoli boschi urbani ad alta densità allo scopo di favorire la presenza di insetti impollinatori e di uccelli. Anche le superfici verticali e i tetti degli edifici svolgono un ruolo fondamentale per creare habitat naturali sospesi. Tale strategia offre innumerevoli benefici. Riduce le isole di calore estive abbassando le temperature locali di diversi gradi, favorisce la gestione dell’acqua che viene assorbita meglio dal terreno nudo, prevenendo gli allagamenti e provvedendo alla sua eventuale raccolta.

Le piante filtrano le polveri sottili e migliorano la qualità dell’aria. Per cui, il “Selvaggio Controllato” rappresenta un moderno paradigma di pianificazione e gestione ecologica che supera la vecchia visione del verde come semplice elemento estetico e decorativo, e prevede di lasciare che la natura si sviluppi in modo spontaneo in determinate aree urbane, intervenendo solo con tagli mirati e pianificati. Si modifica profondamente il tessuto urbanistico ed ecologico delle città. L’efficienza economica: drastica riduzione dei costi energetici e di manodopera per la manutenzione.
L’introduzione del “Selvaggio Controllato” si scontra spesso con una forte resistenza culturale e di percezione da parte della cittadinanza. Per cui risulta fondamentale spiegare perché quell’erba alta non è incuria ma un rifugio per impollinatori essenziali, oltre a possedere enorme valore ecologico. Che iddio ci aiuti… Lo sfalcio differenziato: riduzione della frequenza di taglio dell’erba per permettere la fioritura delle specie spontanee. La tutela degli impollinatori: creazione di corridoi ecologici che offrono cibo e rifugio agli insetti. La resilienza idrica: il suolo non rasato trattiene meglio l’umidità e riduce il deflusso superficiale delle acque piovane. La mitigazione termica: la vegetazione più densa e stratificata contribuisce a abbassare le temperature nei quartieri cementificati.