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I Pooh a passeggio nella Roma beat

I Pooh a passeggio nella Roma beat

Il «Piper» nacque nel febbraio del 1965, con due gruppi allora sulla cresta dell’onda: Equipe 84 e The Rokes. Era qualcosa di sacrale, una novità, forse persino un degrado. Intanto, nella zona Prati nascevano cantine e locali fumosi come «La Stiva» e «Il Calesse». Nel 1967 nacque il «Titan», in via della Meloria. Partì alla grande. L’affissione fu mastodontica: «Festa hippy – Se arrivate con i fiori entrerete gratis». Il Flower Power era in pieno sviluppo, un’onda che avrebbe surclassato tutto con le luci stroboscopiche, la psichedelia, i vestiti coloratissimi. Una moda arrivata da San Francisco, non più da New York o Chicago ma dalla California. I giovani stavano cambiando e avrebbero abbracciato altre suggestioni.

Il boss, Massimo Bernardi, si presentava in Rolls Royce: giovane, bello, capelli biondi, occhi azzurri. E pure simpatico. Noi giovanissimi arrivammo subito, i vip vennero dopo, all’arrivo dei fotografi. Gli onori di casa li fecero i The Motowns, che avevano appena vinto il Cantagiro con «Prendi la chitarra e vai», cover italiana di «Lovers of the World United», firmata da Sergio Bardotti. Il leader era Lally Stott, con i capelli fino alla vita. Ci fu persino un matrimonio hippy, quello tra Lally e Gabriella Campennì, considerata la più bella ragazza hippy dell’epoca. Purtroppo Stott morì poco dopo in un incidente d’auto.

L’arrivo dei Pooh

Nel 1968 arrivò Jimi Hendrix. Fece due show, pomeriggio e sera, al Teatro Brancaccio. Noi lo aspettammo davanti al camerino e il più felice era Eddy Ponti, presentatore della serata. Hendrix distrusse la sua chitarra e gli disse: «La vuoi?». Ponti si portò a casa un ricordo non da poco. Poi Jimi disse: «Bene ragazzi, ora si suona in jam». Uno di noi aveva una Volkswagen, un altro una 500, ma quella massa di capelli non entrava in nessuna delle due auto. Il «Piper» era chiuso e allora lo portammo al «Titan», dove suonavano i Pholks di Federico Troiani, che in seguito avrebbe fondato la Reale Accademia di Musica.

I Pooh scesero per la prima volta a Roma prima al «Piper», poi in occasione del lancio di «Vieni fuori» e successivamente con «Piccola Katy», il loro primo successo. La Vedette aveva preparato il posto vuoto per i Pooh, mentre l’Equipe 84 si era accasata con la Ricordi, tanto che Armando Sciascia puntò tutto su «Bandiera Gialla», il programma di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. Il leader era Robert Gilliot all’organo, Mario Goretti alla chitarra solista, Mauro Bertoli alla chitarra ritmica, Gilberto Faggioli al basso e Valerio Negrini alla batteria, nonché paroliere.

Da notare che il gruppo propose un brano al Festival delle Rose all’Hilton: allora l’organico non era completo, tanto più che il brano non era terminato. Era pronta «Brennero ’66», che ottenne una buona notorietà seppur non per motivi artistici. Il testo faceva infatti riferimento a un attentato terroristico verificatosi di recente in Alto Adige e soprattutto al suo autore, un giovane attivista per l’indipendenza del Sudtirolo assassinato dalla polizia: «T’hanno ammazzato quasi per gioco/ per dimostrare alla gente/ che tra quei monti/ la voce del tempo/ degli uomini uccisi/ non deve contare più niente». Il brano si iscriveva nel filone politico proprio dei gruppi beat dell’epoca, ciò nonostante non fu ben accolto. La Rai commutò nel più vago «Le campane del silenzio». Con queste caratteristiche fu eseguita dai Pooh e da Roby Crispiano (ovvero Roberto Castiglione), alla terza edizione del Festival delle Rose. Crispiano era uno degli autori, Sciascia firmò come Pantros e anche molti brani. Nei crediti il nome di Crispiano si sostituisce quello di Francesco Anselmo (con tutta credibilità non era ancora iscritto alla Siae), mantenendo titolo e testo originari. I Pooh incisero la canzone in un 45 giri e la inserirono all’interno del loro primo album, »Per quelli come noi».