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“I figli della scimmia”, Scamarcio torna al cinema: «Vorrei essere l’uomo perfetto ma non lo sono» – L’INTERVISTA

Dario, il padre imperfetto che interpreta nel film, porta l’attore pugliese a riflettere sulle colpe e sul perdono: «Ho imparato a essere indulgente»

“I figli della scimmia”, Scamarcio torna al cinema: «Vorrei essere l’uomo perfetto ma non lo sono» – L’INTERVISTA
(Foto ANSA – Ettore Ferrari)

Con “I figli della scimmia”, Riccardo Scamarcio interpreta Dario, un padre costretto a fare i conti con un pensiero che difficilmente un genitore avrebbe il coraggio di pronunciare: si può amare profondamente un figlio e, insieme, rimpiangere quello che si era immaginato. Un personaggio che gli è valso il premio come miglior attore nella sezione Orizzonti a Venezia. Ma Scamarcio, delle definizioni e delle conferme, sembra interessarsi fino a un certo punto. Gli interessa di più restare indefinito. Forse perché, dice, «l’importante è che nessuno capisca veramente chi sono».

Qualche giorno fa, parlando del suo premio a Venezia, mi hanno chiesto: «Per Scamarcio è una conferma?». Sono anni che sembra dover sempre confermarsi. Lei la soffre questa cosa?

«Io no. La soffrono gli altri, forse. Però mi piace l’idea di dovermi eventualmente confermare, perché essere indefinito è la cosa che mi piace di più».

Quando era giovane dicevano che era troppo bello, poi troppo acerbo, poi troppo antipatico. Sembra quasi che non vada mai bene a qualcuno.

«L’importante è che nessuno capisca veramente chi sono, così posso continuare a fare al meglio il mio lavoro».

Il pensiero proibito del film è terribile proprio perché è molto umano: si può amare profondamente il proprio figlio e, nello stesso tempo, rimpiangere il figlio che ci si era immaginati. Quando ha letto la sceneggiatura ha avuto la tentazione di giudicare Dario?

«No, anzi: mi sono innamorato subito di questo personaggio. Pensavo fosse raro trovare un copione così sofisticato. Dario fa delle cose in antitesi con la sua condizione emotiva e psicologica: lo vediamo scherzare, andare in moto con il nipote, avere quasi la verve di un adolescente. Ma proprio questo ci fa capire che sta scappando da qualcosa. Come accade nella vita: una persona infelice non necessariamente si mostra tale, anzi può fare di tutto per sembrare felice».

Ha raccontato del taglio di capelli di Dario, quasi un gesto di militanza, per spogliarlo della vanità.

«I capelli sono la vanità in un uomo. Dario adotta quel taglio perché vuole ricordarsi che ha una missione da compiere. Ma il fatto che abbia bisogno di tagliarsi i capelli a zero per ricordarselo ci fa capire che qualcosa non va. Il film è costruito così: anche un uomo che sembra rigido può rivelarsi un tenerone. E poi ci sono le dinamiche circolari del rapporto con i nostri genitori. È questo che rende il film speciale».

Nel rapporto con il nipote Dario sembra quasi innamorarsi di un figlio che gli somiglia, con cui condividere moto, rischio, un’idea di mascolinità. Quanto c’è di narcisistico nell’amore di un genitore?

«C’è questo pericolo. Però il film riesce ad affrancarsi dal voler esprimere un giudizio sulla genitorialità. Lo sguardo di Tommaso (Landucci, il regista, ndr) è indulgente, tenero, ma anche serio: non nasconde le paure e le mancanze dei personaggi. Le mette in scena senza giudicarle. Così permette allo spettatore di empatizzare con quelle difficoltà e di umanizzarle. E forse, imparando a essere indulgenti con loro, impariamo a esserlo anche con noi stessi».

Lei ha dovuto imparare a essere più indulgente con se stesso?

«Sì, sicuramente. Anche io, come tutti, vorrei essere l’uomo perfetto, però purtroppo non lo sono. Non so se purtroppo o per fortuna. Per deformazione professionale sono costretto a interrogarmi, ad analizzarmi, a prendermi cura della mia parte emotiva. Lo faccio attraverso i film e le letture. Devo attingere a questa parte di me per fare il mio mestiere».

Ha detto che il film prova anche a perdonare i genitori nelle loro imperfezioni. È più difficile perdonare i propri genitori o perdonare se stessi quando si diventa genitori?

«Credo che i figli, per poter perdonare i propri genitori, debbano innanzitutto perdonare se stessi. Non possiamo perdonare gli altri se non siamo in grado di perdonare noi stessi. Più che di perdono, però, parlerei di accettazione».

Lei è uno che riesce a perdonare nella vita?

«Perdono facilmente. Mi incazzo molto, però così come mi incazzo mi passa. Se qualcuno mi dice: “Mi dispiace, hai ragione, ho sbagliato”, basta. Me la butto dietro. Non serbo rancore».

C’è una frase di Oscar Wilde che ho ritrovato leggendo Carrère: da piccoli i figli amano i genitori, da adulti li giudicano e qualche volta li perdonano. È qualcosa che ha attraversato anche lei?

«No, io non ho dovuto perdonare i miei genitori. Sono i miei genitori che, grazie a Dio, hanno perdonato me tante volte. Non ho nulla da recriminare loro, con le loro imperfezioni. Non ho quel revanscismo da figlio».

Che cosa le hanno dovuto perdonare?

«Ne ho fatte tante. Lascia perdere, non saprei da dove cominciare».

Me ne dica una. Una bella, cinematografica.

«A dodici anni ho distrutto la macchina di mio padre. Ero bello precoce».

Con Andrea Aggio ha raccontato che all’inizio faceva quasi da coach, poi siete diventati semplicemente colleghi. Quando ha capito che non doveva più proteggerlo, ma poteva fidarsi di lui?

«Sono sempre stato molto vigile. Quando mi sono accorto che cominciava ad andare da solo, mi sono fatto da parte. Però restando sempre lì, a protezione. Come un paracadute: se hai bisogno lo apri e c’è, altrimenti vai».

Che cosa le ha lasciato davvero questo film?

«Mi ha regalato tante emozioni. La più bella è questa sorta di sguardo dolce e tenero nei confronti del personaggio che ho interpretato. Tutte le cose che generano accoglienza, dolcezza, tenerezza nei confronti di una figura come quella di un padre credo siano una linfa di cui l’umanità ha bisogno».

Ai premi ci tiene?

«Sì. La riconoscenza, non la riconoscibilità, è un elemento importante nel mio mestiere. Sentirsi dire “bravo, quello che hai fatto io l’ho riconosciuto” conta. Credo che il premio più grande sia questo: i giurati si sono riconosciuti nella storia che abbiamo raccontato. È anche il motivo che ha spinto me a fare il produttore di questo film: mi sono riconosciuto in quella dinamica. È quella magia che scatta davanti a un bel quadro, a un bel film o a una bella canzone».