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Odissea contemporanea nell’era fragile dell’IA, Pezzi: «Ulisse siamo noi: un’umanità in cerca di casa» – L’INTERVISTA

L’Odissea come bussola per leggere il presente, l’intelligenza artificiale come acceleratore di una crisi già in atto, il successo vissuto come smarrimento. In "La nostra Odissea" (Il Saggiatore), Andrea Pezzi racconta il suo ritorno all’umano: un percorso personale che diventa una riflessione che appartiene a tutti. Oggi, alle 19, l’autore presenterà il libro alle Vecchie…
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L’Odissea come bussola per leggere il presente, l’intelligenza artificiale come acceleratore di una crisi già in atto, il successo vissuto come smarrimento. In “La nostra Odissea” (Il Saggiatore), Andrea Pezzi racconta il suo ritorno all’umano: un percorso personale che diventa una riflessione che appartiene a tutti. Oggi, alle 19, l’autore presenterà il libro alle Vecchie Segherie Mastrototaro di Bisceglie.

Pezzi, nel libro lei usa l’Odissea come una mappa per leggere il presente. Quando ha capito che quel viaggio non era solo letteratura, ma una chiave per interpretare la crisi dell’uomo contemporaneo?

«La terza volta che ho letto l’Odissea è stata illuminante. Stavo lavorando a un libro sull’Umanesimo perenne e, rileggendola, ho avuto la sensazione che nelle grandi opere ci sia qualcosa di magico, quasi un codice nascosto. Come una struttura narrativa che contiene tutto. Mi sono reso conto che la cronologia del viaggio di Ulisse ha molto a che fare con la cronologia della storia dell’umanità. Ulisse siamo noi. Un’umanità che sbaglia, che attraversa tappe pericolose, ma che ha anche la possibilità di tornare a casa. E soprattutto cambia: parte usando l’intelligenza come arma di dominio, pensi al cavallo di Troia, e arriva a scoprire che l’intelligenza più alta è quella che sa amare. Questo passaggio mi è sembrato lo specchio perfetto della nostra epoca».

Questo «ritorno all’umano» è una possibilità o una necessità storica?

«È una necessità. Abbiamo pochi anni per decidere cosa vogliamo fare. Parliamo molto di ambiente, di parità, di tanti temi importanti, ma trascuriamo la domanda fondamentale: che cos’è un essere umano? Tutto il resto sta dentro questa domanda. Ho una fondazione che si occupa proprio di questo: stimolare il dibattito sull’idea di essere umano che ci abita».

Cos’è per lei l’essere umano?

«Lo definisco come quella forma di vita capace di trasformare l’invisibile in visibile. Siamo consapevolezza. Siamo, in un certo senso, un frammento del divino che si separa per potersi osservare. Il viaggio dell’esistenza è un viaggio come quello di Ulisse: ci si allontana per poter tornare. E dentro questo viaggio c’è anche l’errore. Anzi, l’errore è fondamentale. Noi impariamo sbagliando. Ed è per questo che l’intelligenza artificiale può essere pericolosa: perché rischia di eliminare l’errore, che è il nutrimento dell’evoluzione umana».

Nel libro emerge una critica forte alla tecnocrazia.

«Non sono contro l’intelligenza artificiale, anzi: ho un’azienda che se ne occupa. Il problema non è lo strumento, ma l’essere umano. Il vero rischio è la stupidità naturale, non l’intelligenza artificiale. Il problema sono élite tecnocratiche e finanziarie che accumulano un potere enorme senza avere una profondità culturale adeguata. Se a questo aggiunge strumenti come il controllo digitale, la sorveglianza, la moneta elettronica, capisce che si crea uno scenario in cui la democrazia può essere aggirata. Oggi una rivoluzione è quasi impossibile. E questo è un problema enorme».

In questo scenario, che ruolo ha l’«Umanesimo perenne»?

«È una presenza. È un modo di concepire la saggezza: non siamo noi a usare la saggezza, è la saggezza che usa noi. Sul piano politico ad esempio, il problema resta culturale. Io non sopporto più l’idea del “partito proprietario”. Oggi molti partiti sono di fatto proprietà personali. Se vogliamo davvero fare qualcosa per il bene comune, bisogna trasformare questi strumenti in comunità. Altrimenti la combinazione tra tecnocrazia e personalizzazione del potere diventa pericolosissima».

Lei scrive che, proprio nel pieno del successo mediatico, sentiva di star «perdendosi». Qual è stato il punto più alto e quello più basso del suo percorso?

«Per me coincidono. Il punto più alto è stato quando ho deciso di smettere. E il punto più basso è stato quando ero all’apice: quando mi offrivano tutto, soldi, visibilità, opportunità. Da fuori sembrava perfetto, ma dentro non sentivo nulla. Io misuro l’alto e il basso sulle emozioni, non sul successo. E faccio scelte solo in funzione della mia felicità e della possibilità di diventare una persona migliore».

Lasciare tutto è stata una scelta che rifarebbe?

«Assolutamente sì. È la scelta di cui vado più fiero. Poi ce ne sono state altre, meno visibili: interrompere rapporti, dire dei no, chiudere collaborazioni. Sono scelte dolorose, ma necessarie. Nel lavoro, come nella vita, a volte devi lasciare andare anche persone a cui vuoi bene. Non è facile, ma spesso produce qualcosa di positivo per entrambi».

Ulisse, a un certo punto, smette di fingere e dice: «Io sono e sto tornando a casa». Oggi, concretamente, dov’è questa casa per l’uomo contemporaneo?

«È una casa interiore. È la capacità di mettere in relazione la propria natura profonda con la propria coscienza, con le relazioni, con l’etica e con il senso estetico della vita. Itaca è una forma mentis: un modo di interpretare la realtà che è coerente con ciò che siamo. E, sul piano collettivo, significa costruire una società che permetta alle persone di essere umane, di evolversi e di stare bene».

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