Il 12 agosto il Locus Festival arriva a Locorotondo, alla Masseria Ferragnano, con Vinicio Capossela e un concerto costruito attorno a Il Ballo di San Vito, a trent’anni dalla sua uscita. Un ritorno su un disco che, più che segnare una tappa, ha definito un modo di stare dentro la canzone. «Più che un disco, è stato una vicenda», dice Capossela.
E infatti Il Ballo di San Vito non è mai stato un lavoro ordinato: nasce tra città e margini, accumula immagini, deviazioni, personaggi, fino a diventare uno dei suoi album più riconoscibili. Dentro ci sono già molte delle linee che torneranno dopo, dalla scrittura visionaria alla dimensione quasi teatrale del racconto.
Un album mai chiuso
A Locorotondo l’idea è semplice: riportarlo sul palco per intero, senza trasformarlo in un’operazione celebrativa. Rimettere in fila quelle canzoni significa misurarle oggi, capire cosa è rimasto e cosa invece si è spostato. È anche il modo più diretto per evitare la nostalgia, che è sempre il rischio quando si lavora sugli anniversari.
Il disco, inciso a metà anni Novanta tra Bologna e altre tappe provvisorie, segnava già un passaggio importante, anche grazie a collaborazioni come quella con Marc Ribot. Riprenderlo oggi non è un omaggio, ma una verifica. Nella stessa serata è annunciata anche La Niña. Un accostamento che tiene insieme due traiettorie diverse, ma compatibili: radici e trasformazione, repertorio e reinvenzione.










