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Giulia, mitteleuropea dal cuore in pezzi sulla porta di “Villa Solitudo”: il romanzo di Francesco d’Ayala

Nel 1942 Giulia vive in una grande maison come in una prigione. Tiene una pistola sotto il cuscino. Fuori la guerra avanza, dentro qualcosa non smette di tornare. C’è una linea sottile che attraversa Villa Solitudo (Atlantide), e non coincide con la storia, né con l’epoca, né con il destino della sua protagonista. È una…
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Nel 1942 Giulia vive in una grande maison come in una prigione. Tiene una pistola sotto il cuscino. Fuori la guerra avanza, dentro qualcosa non smette di tornare. C’è una linea sottile che attraversa Villa Solitudo (Atlantide), e non coincide con la storia, né con l’epoca, né con il destino della sua protagonista. È una linea morale, quasi impercettibile, che separa chi guarda da chi agisce. Giulia Collioud Ghetaldi la oltrepassa molto presto, senza accorgersene davvero. Il resto del romanzo è il tentativo, mai del tutto riuscito, di tornare indietro.

Francesco d’Ayala restituisce attorno a lei un mondo densissimo: la Mitteleuropa fin de siècle, Vienna, i caffè, Klimt, i Mann, le conversazioni che sembrano decidere il Novecento prima ancora che accada. Ma tutto questo, più che uno sfondo, è un sistema di forze. Non serve a decorare la vita di Giulia, piuttosto a mostrarne la dispersione.

La responsabilità

Nel corso di un viaggio verso est, tra le foreste che il patrigno le ha destinato come dote, Giulia assiste anche a una forma di giustizia che non le appartiene. Un ragazzo del posto viene accusato, gli uomini del villaggio decidono rapidamente, e l’esecuzione avviene sotto i suoi occhi, con una brutalità che resta inscritta più nel corpo che nel pensiero.

Di quell’episodio, negli anni, non conserverà tanto le parole o le circostanze, quanto un’impressione fisica, un suono secco, difficile da collocare nel tempo. La colpa più difficile da sopportare non nasce da ciò che facciamo, ma da ciò che lasciamo accadere davanti ai nostri occhi.

Dopo, gli anni viennesi. La psicanalisi – praticata nello studio di un certo Freud – le amicizie, gli amori, assumono un’intensità vorace. le amicizie, gli amori, assumono un’intensità vorace. Non è solo formazione, ma una forma di compensazione. Come se ogni esperienza dovesse riempire uno spazio che resta invece intatto.

D’Ayala è abile nel mostrare questo scarto: la ricchezza dell’ambiente, la raffinatezza delle relazioni, e insieme una specie di opacità interna che nulla riesce a dissolvere. È anche il punto in cui si avverte, a tratti, il rischio di una costruzione troppo controllata, troppo piena, troppo spiegata: il mondo si organizza con una tale coerenza da tendere a richiudersi nel proprio disegno. Giulia partecipa, si espone, sceglie. Eppure qualcosa in lei rimane fermo, inchiodato a quella scena originaria.

Il ritratto

Il libro si presenta come una grande biografia romanzata, e in parte lo è: una genealogia, una costellazione familiare, una vita attraversata dalla storia europea. Ma la sua riuscita più precisa è altrove, nel modo in cui costruisce un ritratto. Giulia non evolve secondo una linea progressiva. Si accumula. Ogni esperienza si deposita senza cancellare la precedente. Una vita non procede, si stratifica, e prima o poi presenta il conto. In questo senso, Villa Solitudo non è solo un luogo finale. È la forma che prende questa stratificazione quando smette di essere gestibile.

La casa, isolata e battuta dal vento, diventa un dispositivo della memoria: amplifica, restituisce, costringe. Nel 1942, mentre il mondo intorno si avvia verso la catastrofe, Giulia vive già dentro la propria. Le voci che sente non sono soltanto un segno di cedimento, ma il modo in cui il passato continua a reclamare spazio. Non c’è più distanza tra ciò che è stato e ciò che è. Arriva un momento in cui il passato smette di essere ricordo e diventa presenza. E allora non si tratta più di capire, ma di resistere. D’Ayala, con un controllo notevole della materia, evita nostalgie facili come il giudizio.

Lascia che sia la traiettoria di Giulia a parlare. E in quella traiettoria si riconosce qualcosa di più ampio: il modo in cui una coscienza si forma, si incrina e infine si espone, senza più protezioni, a ciò che ha cercato per tutta la vita di tenere a distanza.

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