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Francavilla Fontana, la perizia del medico legale: «Legrottaglie fu ucciso da un solo colpo»

Un solo colpo di pistola, esploso da una distanza superiore ai 50 centimetri, è stato sufficiente per uccidere il brigadiere capo dei carabinieri Carlo Legrottaglie. È quanto ha spiegato il medico legale Domenico Urso, chiamato a deporre nell’aula Metrangolo del tribunale di Brindisi nel processo davanti alla Corte d’Assise per l’omicidio del militare, avvenuto il…
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Un solo colpo di pistola, esploso da una distanza superiore ai 50 centimetri, è stato sufficiente per uccidere il brigadiere capo dei carabinieri Carlo Legrottaglie. È quanto ha spiegato il medico legale Domenico Urso, chiamato a deporre nell’aula Metrangolo del tribunale di Brindisi nel processo davanti alla Corte d’Assise per l’omicidio del militare, avvenuto il 12 giugno 2025 nelle campagne di contrada Tiberio, alla periferia di Francavilla Fontana.

Con voce ferma e toni professionali, il perito ha ricostruito i risultati dell’ispezione cadaverica e dell’autopsia, riportando la memoria di quella mattina in cui il brigadiere, 59 anni, al suo ultimo giorno di servizio prima della pensione, cadde durante un inseguimento.

La ricostruzione

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Legrottaglie e il collega brigadiere Costanzo Giuseppe Garibaldi erano intervenuti per bloccare una Lancia Ypsilon rubata, con a bordo due rapinatori in fuga dopo un colpo a un distributore di carburante lungo la Francavilla–Grottaglie. Nella fase di inseguimento nelle campagne di contrada Tiberio, uno dei due, Michele Mastropietro, aprì il fuoco contro i carabinieri colpendo mortalmente Legrottaglie; il rapinatore, pregiudicato 69enne, sarebbe poi morto a sua volta in un successivo conflitto a fuoco con la polizia nelle campagne di Grottaglie, dove i due si erano barricati nel tentativo di sfuggire alla cattura.

In aula, il medico legale Urso ha riferito che il brigadiere fu raggiunto da un singolo proiettile, confermando la compatibilità con un colpo esploso a distanza non ravvicinata e con traiettoria tale da risultare fatale nonostante i tentativi di soccorso. A seguire la deposizione, tra gli altri, la vedova Eugenia e il brigadiere Garibaldi, che quel giorno era in pattuglia con Legrottaglie e che già nella prima udienza era stato indicato tra i testimoni chiave per la ricostruzione della dinamica.

Le accuse

Sul banco degli imputati siede il 57enne Camillo Giannattasio, ferramenta di San Giorgio Ionico residente a Carosino, ritenuto dalla Procura una figura centrale nella vicenda pur non avendo materialmente sparato. Per l’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Livia Orlando, Giannattasio avrebbe istigato Mastropietro a proseguire la fuga e ad assumere una condotta sempre più violenta, arrivando a incitarlo a usare la pistola contro i carabinieri nel tentativo di sottrarsi al controllo e di nascondere il possesso di armi e strumenti utilizzati per i colpi.

Gli addebiti nei confronti dell’imputato vanno oltre il concorso in omicidio volontario pluriaggravato. Giannattasio è accusato anche di resistenza a pubblico ufficiale, porto e detenzione di armi clandestine e munizioni, ricettazione e possesso di un vero e proprio arsenale, ritrovato nel suo negozio di ferramenta a San Giorgio Ionico, dove gli investigatori hanno sequestrato, tra l’altro, pistole, fucili e un decodificatore per immobilizer di autovetture utilizzato per i furti. Già nelle prime fasi delle indagini, il gip aveva confermato la custodia cautelare in carcere, ritenendo sussistenti i gravi indizi sul ruolo di Giannattasio come «condividente» dell’utilizzo dell’arma poi impiegata da Mastropietro per colpire il militare.

Nel corso dell’udienza, superata inizialmente un’eccezione procedurale sollevata dalla difesa di Giannattasio, rappresentata dall’avvocato Luigi Danucci, la Corte ha proseguito con l’esame del medico legale e con l’acquisizione degli atti relativi alla perizia balistica e ai rilievi effettuati sul luogo della sparatoria. In precedenza, i giudici avevano già ammesso la costituzione di parte civile dei ministeri della Difesa e dell’Interno, oltre che dei familiari del brigadiere, a sottolineare il rilievo istituzionale attribuito al procedimento.

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