Dopo che l’uno maggio è precipitata al suolo una gigantesca lampada industriale dall’altezza di venti metri, si ferma il reparto Treno Lamiere nell’ex Ilva di Taranto. Il grande corpo luminoso, secondo quanto riferito dai sindacati, è caduto non lontano dalla macchina marcatempo degli operai e per fortuna in quel momento non c’erano lavoratori nell’area, altrimenti sarebbe stata l’ennesima tragedia. Nei mesi scorsi due lavoratori hanno perso la vita all’interno della fabbrica.
Dopo l’incidente, l’azienda comunica con un messaggio whatsapp la cassa integrazione a zero ore a 60 lavoratori, senza neanche una scadenza temporale. Ad aggravare la situazione, la circostanza che la gran parte dei lavoratori è addetta a manutenzione e sicurezza sugli impianti. Per Vincenzo Mercurio (Usb) è «inaccettabile». «Oltre il danno, la beffa – dice il sindacalista – perché questo accade proprio nel momento in cui ci si aspettava dall’azienda un intervento efficace a tutela della sicurezza dei lavoratori su impianti e strutture, soprattutto nei reparti che presentano, con evidenza, grandissime criticità».
L’accusa
I sindacati avevano avvertito sul rischio di incidenti e da anni, ormai, lamentano scarsa manutenzione e sicurezza sugli impianti. Oggi si passa dalle parole ai fatti. «Anziché investire sul ripristino delle condizioni minime di sicurezza si mandano a casa i lavoratori. Da tempo denunciamo le condizioni di quel reparto – ricorda Mercurio – dove ci sono strutture deteriorate dall’usura e dagli agenti chimici, coperture ormai ridotte a un colabrodo e infiltrazioni continue che, nelle giornate di pioggia, come venerdì, riversano enormi quantità d’acqua all’interno del capannone e direttamente sugli impianti. Questo è l’ennesimo campanello d’allarme ignorato. L’impressione è che questa gestione continui a utilizzare la cassa integrazione come strumento punitivo nei confronti dei lavoratori e di chi chiede semplicemente condizioni di lavoro sicure e dignitose», conclude il sindacalista.









