La vertenza sulla chimica di base torna con forza al centro del dibattito nazionale, ma è Brindisi a trovarsi in prima linea, con il rischio concreto di perdere uno dei suoi asset industriali più rilevanti. Nella lettera aperta indirizzata al ministro Adolfo Urso, i segretari generali di Filctem Cgil e Cgil, Marco Falcinelli e Maurizio Landini, mettono nero su bianco tutte le criticità di una strategia industriale definita «ambigua» e potenzialmente dannosa per l’intero sistema Paese.
Al centro delle preoccupazioni c’è la possibile chiusura dell’impianto di polietilene di Brindisi, legata a un accordo in scadenza che, se confermato, segnerebbe un ulteriore passo verso lo smantellamento della chimica di base italiana. Un passaggio che i sindacati definiscono «gravissimo», perché rischia di accelerare un processo di desertificazione industriale già evidente sul territorio.
Le contraddizioni
Il caso Brindisi diventa così emblematico di una contraddizione più ampia. Da una parte, il protocollo firmato nel 2025 con Eni, che di fatto apre alla dismissione della chimica di base, ritenuta non più sostenibile in Europa; dall’altra, le posizioni espresse a livello europeo, dove lo stesso comparto viene indicato come strategico per garantire autonomia produttiva e competitività. Una distanza che, secondo i firmatari, non è mai stata chiarita e che oggi appare ancora più grave alla luce delle tensioni geopolitiche internazionali.
Le crisi in Medio Oriente e le incertezze legate a rotte cruciali come lo Stretto di Hormuz hanno infatti dimostrato quanto sia rischioso dipendere dall’estero per materie prime e intermedi chimici. Prodotti come etilene e derivati rappresentano la base di intere filiere industriali: rinunciare alla produzione nazionale significa esporsi a costi più elevati, perdita di competitività e maggiore vulnerabilità.
Per Brindisi, le ricadute sarebbero immediate e profonde. Non si tratta solo dei lavoratori diretti degli impianti, ma di un intero ecosistema fatto di appalti, servizi e indotto che da anni ruota attorno al polo chimico. Una crisi che rischia di avere effetti sociali oltre che economici, in un territorio già segnato da difficoltà occupazionali.
La questione riciclo
Ma c’è anche un altro aspetto, meno visibile ma altrettanto strategico: senza impianti di cracking, l’Italia perderebbe la possibilità di sviluppare su larga scala il riciclo chimico della plastica, uno dei pilastri della transizione ecologica. I sindacati puntano il dito anche contro la gestione complessiva della vicenda, giudicata frammentata e priva di una regia pubblica chiara. Sotto accusa il ruolo di Eni, azienda partecipata dallo Stato, che – secondo quanto denunciato – starebbe accompagnando la dismissione senza favorire soluzioni alternative, come l’ingresso di grandi operatori internazionali interessati al mercato europeo delle poliolefine.
In attesa di risposte, i sindacati annunciano battaglia: «Non è in gioco solo il destino di alcuni stabilimenti, ma la tenuta industriale dell’Italia». Una sfida che parte da Brindisi, ma riguarda l’intero sistema produttivo nazionale.










