Mentre il mondo continua a fare i conti con i conflitti, c’è chi prova a rimettere al centro una parola che rischia di perdere significato: pace. Si è tenuta stamattina alle 10, nella Sala Giunta di Palazzo di Città, la conferenza stampa di presentazione di “Shalom – Pax – Salam”, il progetto culturale ideato da Enzo Quarto.
All’incontro ha partecipato il sindaco Vito Leccese, insieme agli autori e ai promotori dell’iniziativa.
L’appuntamento introduce l’evento in programma venerdì al Teatro Piccinni, dove la cantata per quattro voci e orchestra prenderà forma musicale, con le musiche di Giovanni Tamborrino e l’esecuzione dell’Orchestra Filarmonica Pugliese. L’idea nasce da un libro pubblicato in quattro lingue – italiano, inglese, arabo ed ebraico – e si sviluppa in un’opera che intreccia poesia, musica e riflessione civile, attraversando tradizioni religiose diverse nel tentativo di restituire centralità alla parola pace.
Quarto, nel suo libro Shalom – Pax – Salam lei attraversa lingue, religioni e culture diverse per parlare di pace. È un gesto letterario o, piuttosto, un atto politico?
«È innanzitutto la testimonianza di un cammino personale, che mi ha convinto che la Pace deve essere in noi; solo così può essere condivisa e affermarsi. Il cammino di Abramo verso Dio e l’ignoto della Terra Promessa è metafora del cammino della nostra vita, personale, comunitaria, di popolo. Questa Cantata è dunque un cammino intimo, spirituale, che diventa letterario ed artistico per proporsi alla condivisione ma, in quanto tale, è anche un atto politico, nella più alta concezione del termine: un atto sociale, che ci invita ad agire per incontrare l’altro, per riconoscere il fratello».
Viviamo in un tempo in cui la parola «pace» rischia di diventare retorica, quasi svuotata dall’abuso. In che modo i suoi versi cercano di restituirle peso e verità?
«Un verso dice: “la Pace è scritta nella parola fratello”. Riusciamo a guardare gli altri come fratelli e sorelle? Riusciamo a pensarci figli di uno stesso Dio? Riusciamo a considerarci tutti sulla stessa barca della vita? La vera scommessa culturale, e anche religiosa, è l’incontro. Potremmo dire che siamo all’alba dell’era dell’incontro, dove non può bastare più la tolleranza, dove occorre ascoltarsi sul serio ed essere pronti e capaci di fare sintesi delle diversità, proprio come la globalizzazione ci scopre. Dobbiamo fare in modo che la cultura non sia schiava dell’economia, sappia porre al centro l’uomo con tutte le sue diversità, fragilità e potenzialità».
Questo progetto nasce come libro ma si compie in una forma musicale, una cantata per quattro voci e orchestra. Che cosa può dire la musica, oggi, che la parola da sola non riesce più a dire?
«Tutto nasce dal testo e diventa libro in quattro lingue: italiano, inglese, ebraico e arabo, arricchito dalle splendide immagini grafiche e pittoriche di Leon Marino, anche questo un contributo importante all’unità del libro. Quello di Leon è un percorso di ricerca durato una vita e approdato da qualche anno nel magma di spiritualità che l’uomo non può fare a meno di navigare. Per quanto riguarda la musica, meglio che riporti le parole del compositore Giovanni Tamborrino, amico fraterno con cui ho condiviso tanti bellissimi incontri tra musica e verso. Dice Giovanni: “Tutte le religioni, nelle preghiere e negli uffici sacri, hanno in comune l’uso del suono, perché il suono ha un rapporto diretto con la creazione: il ‘Tutto’ prende vita, forma, colore dalla vibrazione e dal ritmo. La parola, ossia la ‘vibrazione creatrice’, è quindi base comune che permette di superare i confini, favorire l’incontro, unisce, al di là delle differenze”».
Nel titolo convivono tre parole che appartengono a tradizioni spesso in conflitto. Lei crede davvero che l’arte possa ancora costruire ponti dove la politica fallisce?
«L’arte non solo può ma deve costruire ponti, deve aprire visioni, deve stupire, ispirare, stimolare, far riflettere. È dalla cultura condivisa che nasce la Pace, una via che illumina anche la politica. Ci sono parole, che esprimono fede, che possono essere percorso comune per ebraismo, cristianesimo e islamismo? “Shalom Pax Salam” cerca questo percorso. Siamo tutti figli di Abramo. Gerusalemme, la Terra di Canaan, la Palestina, è terra cara a tutti. La valle del Giudizio è comune. Il Timore di Dio è comune. E soprattutto la Misericordia di Dio, per tutti quanti noi, è infinita. Dobbiamo partire, nell’era dell’incontro, da ciò che ci unisce».
C’è nel suo lavoro un evidente intreccio tra dimensione etica, religiosa e civile. Quanto è difficile, oggi, parlare a «tutta l’umanità» senza cadere nell’astrazione o nella predica?
«Rispondo con le parole nella prefazione del libro, di don Antonio Lattanzio, referente della Arcidiocesi di Bari-Bitonto per il Mediterraneo e l’ecumenismo: “Nella Cantata la pace è presentata come il frutto dell’Amore, mai scontato e mai acquisito, sempre donato nella reciprocità di un mutuo riconoscimento, e accoglienza intrepida dell’Alterità che si fa prossimo lungo la strada (Lc 24,15). Dire: ‘Pace!’ diventa, di conseguenza, sinonimo universale di: ‘Io ti amo! Tu sei prezioso per me!’, amore riconoscente”».
Oggi la pace è un’illusione, una necessità o una responsabilità?
«Don Tonino Bello ci ha insegnato ad essere costruttori di pace, per essere utopici ma non illusi, determinati ma non necessari, responsabili ma non superbi. Per citare Madre Teresa: “siamo matite nelle mani di Dio”».










