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Quello che resta, quando tutto crolla. Cinzia Cognetti: «Non conosci mai davvero chi ami» – L’INTERVISTA

Ci sono dolori che si raccontano e altri che si imparano a gestire in silenzio, mentre fuori tutto continua come prima. Note a margine del mio dolore (HarperCollins) nasce esattamente lì: nel punto in cui la perdita smette di essere un evento e diventa una condizione quotidiana. Nel romanzo di Cinzia Cognetti, il lutto per…
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Ci sono dolori che si raccontano e altri che si imparano a gestire in silenzio, mentre fuori tutto continua come prima. Note a margine del mio dolore (HarperCollins) nasce esattamente lì: nel punto in cui la perdita smette di essere un evento e diventa una condizione quotidiana. Nel romanzo di Cinzia Cognetti, il lutto per la madre si intreccia a un ritorno nei luoghi dell’infanzia e a una scoperta che incrina ogni certezza: l’idea che chi abbiamo amato possa aver custodito una parte di sé rimasta invisibile.

Ne emerge una storia che tiene insieme perdita e ricerca, radici e distanza, mostrando come il dolore non si superi davvero, ma si trasformi, trovando una lingua nuova attraverso cui essere attraversato. Oggi, alle 18, l’autrice presenterà il libro all’AnnaGrazia Conceptstore di Molfetta con Teresa Antonacci.

Cognetti, nel suo romanzo il dolore non è mai solo un evento, ma una lingua, quasi un codice privato che separa e insieme definisce. Quando ha capito che scrivere era l’unico modo per tradurre quella lingua?

«Scrivere è una forma di salvezza. Lo sosteneva anche Marguerite Duras, una delle mie scrittrici preferite, che descriveva l’atto creativo come un modo per abitare l’assenza. C’è un fondamento di verità in quello che racconto: anche io, come Eva, ho perso mia madre. E la scrittura è stata un varco. All’inizio appena percettibile, poi sempre più necessario. Attraverso le parole ho iniziato a somigliare a Eva, o forse è lei che ha cominciato a somigliare a me. Nei suoi silenzi ho riconosciuto i miei, nella sua perdita ho dato un nome alla mia».

La figura della madre attraversa tutto il libro come presenza e assenza insieme: amore assoluto, ma anche origine di un trauma fondativo. Ha scritto per ricordarla o per liberarsene?

«È stata un’urgenza dettata dal bisogno di ricordarla, di mantenere vivo quel cordone ombelicale con l’origine, con tutto l’amore di cui mi ha nutrita. Ambra è un personaggio letterario, ma ho cercato di infonderle la dolcezza della mia mamma. C’è sempre una verità, anche minima, nella costruzione: qualcosa che resiste all’invenzione e affiora tra le pagine. La scrittura però, a un certo punto, smette di essere solo memoria e diventa anche separazione. Forse è proprio in questa tensione che si colloca la risposta: tra il trattenere e il lasciar andare. Scrivere è stato il punto in cui questi due movimenti hanno trovato, per un attimo, un equilibrio possibile».

Eva è una protagonista controllata, disciplinata, quasi «educata al sacrificio». Quanto c’è di autobiografico in questa tensione tra perfezione e smarrimento che la abita?

«Ho attinto a una sensibilità, a un modo di stare nel mondo che conosco bene: quell’idea di dover essere all’altezza, di meritarsi l’amore attraverso il controllo, la disciplina, il sacrificio. Eva incarna questa spinta verso la perfezione, ma anche il momento in cui questa postura si incrina. Mi interessava raccontare cosa succede quando il controllo, invece di proteggerti, diventa una gabbia. Il disorientamento che attraversa Eva mi appartiene, più come esperienza emotiva che come biografia».

Il romanzo mette in scena una scoperta destabilizzante: l’idea che chi amiamo possa avere avuto una vita segreta. È più doloroso perdere qualcuno o scoprire di non averlo mai conosciuto davvero?

«È il dilemma di Eva. La sua ricerca, che mi piace definire un’indagine emotiva, la conduce dentro una verità stratificata e cangiante. Più scava, più intuisce che conoscere davvero qualcuno è forse un’illusione: resta sempre una zona d’ombra, un margine che sfugge. Ogni passo verso la verità non aggiunge soltanto, ma sottrae, sposta, riscrive. Perdere qualcuno è un’assenza che si impone. Scoprire di non averlo mai conosciuto davvero è un’assenza che si insinua nei ricordi. Ed è quella che Eva teme di più: un lutto che riguarda non ciò che le manca, ma ciò che credeva di avere».

C’è una frase che sembra risuonare come un mantra tragico: «The show must go on». Quanto pesa, soprattutto per le donne, questa richiesta implicita di andare avanti sempre, anche quando tutto crolla?

«Pesa molto, anche se credo sia una pressione trasversale, che riguarda uomini e donne. La società non ammette soste: ci impone di correre, di non fermarci, anche quando avremmo bisogno esattamente del contrario. La pausa viene percepita come una colpa, e non come una possibilità di ricalibrare la propria traiettoria».

Roma e Bari non sono solo luoghi, ma stati emotivi: fuga e ritorno, anestesia e memoria. Che rapporto ha oggi con i suoi luoghi?

«Ogni luogo ha una sua voce, e va ascoltata. A differenza di Eva, non mi sono trasferita a Roma per sfuggire al dolore: per me è pura narrazione, una città che conosco e che ho voluto omaggiare nella parte iniziale del libro. Bari invece è la radice. È da lì che è cresciuto il fusto di una rinascita. Credo che la sofferenza, se non la attraversi nel luogo in cui è nata, non si superi davvero: resta un rumore di fondo. Nel nostos di Eva ho cercato di racchiudere lo stupore che provo ogni volta che torno nella mia città».

Nel libro l’amore è spesso imperfetto, intermittente, a volte persino doloroso. Crede ancora in un amore «salvifico» o pensa, come suggerisce il romanzo, che l’amore sia sempre una forma di rischio?

«L’amore diventa rischioso quando c’è una dissonanza interiore: il desiderio di restare e, insieme, la percezione che quella relazione non sia sana. Ma l’amore ha molte forme, spesso luminose. Anche l’amicizia è una forma d’amore. Esistono affinità elettive, rapporti di sorellanza tra donne più forti di qualsiasi legame di sangue. Eva imparerà a capirlo. E forse il mistero più profondo del romanzo sta proprio qui: nell’imparare a fidarsi, abbandonando la propria corazza».

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