Nel saldo complessivo dei conti in rosso della sanità pugliese, dove il buco di bilancio regionale ha superato diverse centinaia di milioni di euro, emerge un capitolo giudiziario che pesa come un macigno sulle casse pubbliche e sulla reputazione del sistema sanitario. Un tassello importante di questo deficit riguarda le richieste di risarcimento danni avanzate dalle famiglie di bambini, morti dopo essere stati sottoposti ad interventi al cuore al «Giovanni XXIII» nel corso dell’ultimo decennio. Secondo i dati raccolti da fonti giudiziarie e civili la cifra complessiva contestata si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di euro.
Queste richieste, avanzate nelle sedi civili dai parenti delle giovanissime vittime, con i relativi procedimenti in corso o in via di definizione davanti ai tribunali, rappresentano un onere significativo per l’Azienda sanitaria barese e per l’intero sistema sanitario regionale. Il fenomeno potrebbe inserirsi in un contesto più ampio fatto di contenziosi per presunti casi di mal «practice», inefficienze e decessi legati a diagnosi o procedure mediche, che negli ultimi anni hanno interessato più strutture sanitarie italiane.
Il caso del reparto di cardiochirurgia pediatrica del «Giovanni XXIII» ha una valenza simbolica: il centro, un tempo punto di riferimento per interventi complessi sui piccoli pazienti nel Sud Italia è stato, infatti, chiuso nel novembre 2022 dopo una serie di polemiche, esposti e verifiche sulla qualità e sicurezza delle cure fornite. La decisione di sospendere l’attività ha lasciato un vuoto nell’offerta specialistica regionale, costringendo molte famiglie a rivolgersi ad altri centri fuori regione per trattamenti salvavita.
Le richieste risarcitorie avanzate da genitori e parenti dei bambini deceduti, che in alcuni casi riguardano somme di diverse centinaia di migliaia di euro per singolo procedimento, derivano dalla convinzione delle famiglie che errori gestionali, ritardi diagnostici o carenze organizzative avrebbero concorso al tragico epilogo dei loro cari. Per gli osservatori e gli avvocati specializzati in diritto sanitario, la somma di circa 20 milioni sarebbe solo una parte del costo reale che queste liti giudiziarie comportano per la Regione, perché a questi si aggiungerebbero spese legali, costi amministrativi e l’effetto reputazionale che potrebbe incidere sulla fiducia dei cittadini nel sistema pubblico.
La chiusura del reparto cardiochirurgico pediatrico ha, inoltre, complicato la situazione, poiché senza un centro altamente specializzato nel cuore di Bari, molte famiglie pugliesi sono costrette a rivolgersi ad ospedali in altre regioni, con costi aggiuntivi per mobilità sanitaria e carichi emotivi molto pesanti in un momento delicato come quello di una malattia grave di un bambino.
Ciò ha trasformato il dibattito sui conti della sanità in un confronto più ampio sulla qualità e sull’efficacia delle cure offerte ai pazienti più vulnerabili. La questione dei risarcimenti, unita al buco di bilancio e alle difficoltà organizzative, mette, dunque, in evidenza le sfide profonde che la sanità pugliese deve affrontare, tra la gestione delle emergenze finanziarie e la garanzia di cure.










