Il dolore che si fa rabbia, la rabbia che si trasforma in promessa di sangue. La morte di Filippo Scavo, il 42enne di Carbonara freddato all’alba domenica scorsa all’interno del Divine Club di Bisceglie, non sta lasciando dietro di sé solo una scia di silenzio, ma un rumore digitale sinistro che preoccupa gli inquirenti.
È stato il figlio più giovane della vittima a rompere il silenzio su TikTok con un messaggio che ha raggelato chi segue le dinamiche del Nord Barese: «Appena sapremo chi è stato, ce li mangeremo tutti quanti senza pietà».
Parole cariche di una furia atavica, rimosse dopo poche ore e sostituite da una dedica più composta e straziante, ma che hanno già acceso i riflettori della Direzione Distrettuale Antimafia. Il profilo di Scavo, d’altronde, non è quello di un uomo qualunque.
Il suo nome compare in diversi atti giudiziari che lo collegano al clan Strisciuglio, egemone in gran parte del capoluogo e della provincia. La pm Bruna Manganelli sta scavando nel passato del 42enne e, soprattutto, in quello che è accaduto quella notte tra i tavoli della discoteca. L’ipotesi più accreditata è quella di una lite degenerata con esponenti di gruppi rivali, un corto circuito fatale in un contesto di tensioni mai sopite per il controllo del territorio e dello spaccio.
Ma a preoccupare è l’effetto domino. Mentre si piange Scavo, Bari Vecchia torna a bruciare: il ferimento del 21enne Kevin Ciocca, colpito alle porte del borgo antico, sembra essere un altro tassello di un mosaico inquietante. Sebbene Ciocca sia incensurato, i suoi contatti con ambienti vicini ai clan locali sono noti.
Gli investigatori stanno cercando il “filo rosso” che potrebbe legare l’esecuzione di Bisceglie alla gambizzazione del viale della Repubblica del 10 aprile. Il timore, tra i corridoi della Procura e le strade dei quartieri a rischio, è che la morte di Scavo sia la scintilla di una nuova faida, dove la vendetta urlata sui social rischia di trasformarsi, in qualunque momento, in piombo reale tra la gente.










