A trent’anni dalla sua uscita, Il Vile continua a respirare. Non come un reperto degli anni Novanta da osservare con rispetto e distanza, ma come un disco che ancora graffia. I Marlene Kuntz lo riportano sul palco con un tour già costellato di sold out e nuove date, che fa tappa anche in Puglia, oggi, al Demodè di Modugno. Cristiano Godano torna così dentro quelle canzoni portandosi addosso il ghiaccio dell’esperienza, senza aver mai davvero spento l’urgenza di allora.
Godano, a trent’anni dall’uscita d Il Vile, che effetto le fa riascoltare oggi quelle canzoni? Le sembrano ancora aderenti all’urgenza emotiva di allora o ormai parte di un racconto storicizzato?
«Un effetto di piacevolissima sorpresa: ho riscoperto che è un disco molto figo, un minaccioso monolite di suono pronto a sconquassare l’intimo di ogni ascoltatore ben disposto. La stragrande maggioranza dei testi che mi sforzo di scrivere cerca di tenersi alla larga dalle contingenze della cronaca, della politica, della mondanità della cultura: ne può trarre ispirazione, certo, ma per estrapolare quel qualcosa che può farsi racconto universale e senza tempo. Se in questo scopo riesco, allora l’urgenza emotiva non può che essere viva e attuale. E personalmente penso che, in merito al Vile, le cose stiano così».
Il tour «Marlene Kuntz suona Il Vile» arriva oggi dopo trent’anni. In che cosa si distingue da una semplice operazione celebrativa?
«Il tour del Vile è prima di tutto quella che lei chiama “operazione”. Io però non la chiamo così: dico semplicemente che un tour di questo tipo ci offre una ottima occasione di lavoro remunerato, laddove coi dischi nessun musicista guadagna più nulla. Ma una volta presa la decisione di assecondare i desideri del nostro pubblico più affezionato, ovvero una volta deciso di fare un tour celebrativo, si corre immediatamente con la testa e con le dita, in sala prove, a cercare con entusiasmo di ridefinire l’essenza più intima e vera di quel suono, per restituirlo fedelmente con amore. Non rileggiamo i pezzi alla luce del presente: li suoniamo esattamente com’erano trent’anni fa, e nonostante il tempo trascorso ci riusciamo incredibilmente bene: chiedere a chi ci ha visto nelle date precedenti».
In quel disco la fragilità e la rabbia trovavano una lingua poetica molto riconoscibile. Quanto di quella cifra sente ancora sua, e quanto invece è cambiato nel suo modo di scrivere?
«Credo semplicemente di aver subito quel fenomeno noto sintetizzato dalle due immagini dell’urgenza giovanile e del ghiaccio dell’esperienza. La parola “ghiaccio” è in genere fuorviante, perché fa pensare a una lucidità troppo ragionata e del tutto scevra dal calore dell’istintività: in realtà né l’arte seria è mai puramente istintiva, neanche da giovani, né io ho mai dimenticato, nel corso degli anni più recenti, di assecondare la densità del mio approccio poetico, che può tranquillamente annoverare fra i suoi ingredienti cose come la fragilità e la rabbia».









