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“Ultima notte a Dongo”, Marco Curci a Bari: «Racconto Mussolini attraverso i fatti» – L’INTERVISTA

In scena un monologo tratto dal libro di Enza Piccolo sulle ultime ore di Mussolini, intrecciate alla storia di un giovane barbiere

“Ultima notte a Dongo”, Marco Curci a Bari: «Racconto Mussolini attraverso i fatti» – L’INTERVISTA

Marco Curci porta a Bari una resa dei conti con la memoria. Questa sera alle 19, in largo Albicocca, per il Response Festival, va in scena Mussolini, ultima notte a Dongo, monologo tratto dall’omonimo libro di Enza Piccolo e riadattato dall’autrice con Rosa Centola e Curci, interprete e coregista. Lo spettacolo, inserito nel programma de Le Due Bari, intreccia le ultime ore del dittatore con la vicenda di Marco La Fata, giovane barbiere che scopre come il nonno fosse stato il barbiere personale di Mussolini. A unirli è il peso di un passato che continua ad agire sul presente.

Al centro dello spettacolo c’è la «paura della memoria». Di che cosa abbiamo paura, esattamente?

«È un tema che attraversa entrambi i piani dello spettacolo. C’è Mussolini a Dongo, con Claretta Petacci, che cerca ancora di aggrapparsi ai sogni di gloria e di tenere lontano da sé la consapevolezza del crollo. E c’è Marco La Fata, un barbiere di vent’anni che ha ereditato il salone del nonno e scopre poco alla volta che quell’uomo era stato il barbiere personale di Mussolini. È un retaggio storico, morale e politico che gli pesa addosso, insieme alle memorie più intime, soprattutto quelle legate a Nora. Spesso costruiamo il racconto della storia eliminando pezzi, dati, contesti. È un meccanismo simile alla rimozione psicologica: togliamo ciò che tocca i nostri punti deboli per modificare la narrazione che facciamo di noi stessi».

Umanizzare Mussolini può aiutare a comprenderne la storia, ma anche produrre empatia verso il dittatore. Dove avete tracciato il confine tra comprensione e assoluzione?

«Il rischio esiste, ma è un rischio che in teatro bisogna correre. Noi portiamo in scena un Mussolini assolutamente umano, lontano dalle rappresentazioni più consuete, e sappiamo che questo può destabilizzare lo spettatore, spingendolo per un attimo a immedesimarsi. Ma immedesimazione non significa assoluzione. Ci interessa sottrarre quella figura a una narrazione già chiusa, per tornare a interrogarla. Anche Piazzale Loreto, con l’esposizione e l’oltraggio dei cadaveri, resta una ferita della nostra storia: ricordarla non attenua i crimini del fascismo, ma ci costringe a interrogarci sulla violenza con cui un Paese cercò di chiudere un’epoca».

Al centro c’è la frase attribuita a Mussolini: «Io non ho creato il fascismo. L’ho tratto dall’inconscio degli italiani». Non rischia di diluire le responsabilità del suo capo?

«È insidiosa proprio perché contiene anche un tentativo di sottrarsi a una parte della propria responsabilità. Ma pone una domanda che non possiamo liquidare: nessun dittatore nasce nel vuoto. Mussolini si fece interprete e simbolo di pulsioni, paure, nazionalismi e desideri già presenti in una parte della società italiana. Questo non riduce la sua responsabilità; obbliga però a domandarsi quali condizioni rendano possibile l’emergere di un capo capace di parlare alla “pancia” di un popolo. E soprattutto ci ricorda che tutto questo non scompare con la morte del leader. Se oggi riemergono spinte nazionaliste, chiusure identitarie e paure dello straniero, il lavoro sulla memoria non può considerarsi concluso».

Dire che lo spettacolo non vuole sviluppare «un discorso di tipo ideologico» sembra paradossale. È possibile raccontare il fascismo senza assumere una posizione?

«Per noi significa tentare un discorso che abbia anzitutto le caratteristiche dell’analisi storica: precisione, verifica, attenzione ai fatti. Penso alla lezione di Giacomo Matteotti, alla volontà di denunciare attraverso dati, episodi e responsabilità concrete. Lo spettacolo prova a fare questo: non costruire una tesi preventiva dentro la quale costringere ogni elemento, ma restituire un quadro il più possibile vicino alla complessità dei fatti. Una narrazione rigidamente ideologica rischia di non vedere ciò che non coincide con il proprio schema. Non significa neutralità morale: significa evitare che lo slogan sostituisca la storia».

La memoria del fascismo è ancora terreno di conflitto. Il problema è la rimozione del passato o la sua reinterpretazione e normalizzazione?

«Credo che convivano entrambe le cose. Da una parte c’è la rimozione, dall’altra una reinterpretazione che può rendere meno riconoscibili alcuni segnali. Umberto Eco, parlando di “fascismo eterno”, spiegava che il fascismo non coincide soltanto con il ventennio italiano, ma può riemergere attraverso tratti ricorrenti: il nazionalismo, la chiusura verso l’esterno, la paura dello straniero, le appartenenze rigide. Noi abbiamo sentito l’urgenza artistica di accendere questa spia davanti a un pubblico il più possibile variegato, senza rivolgerci a una sola parte politica. La domanda che lasciamo aperta è questa: sta accadendo qualcosa che somiglia a ciò che conosciamo già e che preferiamo dimenticare, oppure stiamo scegliendo di non vedere i segnali? Il teatro può servire a renderli visibili».